MUSULMANI IN CHIESA/ La “pazzia” che vale più dei summit dei grandi

- Mauro Leonardi

Oggi i musulmani di Francia e Italia sono invitati a dare la propria solidarietà ai cattolici partecipando alla liturgia nelle chiese. Il commento di MAURO LEONARDI

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Attentato Rouen, Francia (Foto: LaPresse)

Dopo l’attentato di Rouen, venerdì scorso, l’organismo ufficiale dell’Islam francese ha chiesto ai propri fedeli di esprimere «solidarietà e compassione» ai cattolici e a padre Jacques Hamel, il sacerdote massacrato dai loro confratelli. Ha chiesto loro un gesto semplicissimo: fare visita oggi, alla Messa della domenica, ai propri fratelli cristiani. Per iniziativa della Coreis (Comunità religiosa islamica) questo gesto avrà seguito anche in Italia in città come Roma, Milano e parecchie altre.

Purtroppo, anche tra noi, non manca qualche cristiano che arriccia il naso e che borbotta che ai tempi dei primi cristiani i catecumeni – cioè non dei musulmani, ma dei pagani non ancora cristiani! – dovessero uscire dalla Messa dopo il Credo perché “senza Battesimo non si può assistere ai misteri di Cristo”.

Nel raccontare la notizia, ho insistito sulla parola fratelli. È il punto. Come non riconoscere dei “semina Verbi” – cioè dei “germi” del Verbo – nel desiderio di pace e di perdono che alcuni musulmani scoprono nel proprio cuore per l’offesa recata ai cristiani da loro fratelli? “Semina Verbi” non è una mia espressione, ma sono le parole che il Concilio Vaticano II usa a proposito delle religioni non cristiane: «[I cristiani] conoscano a fondo le loro [= dei non-cristiani] tradizioni nazionali e religiose; con gioia e rispetto scoprano i germi del Verbo in esse latenti» (Ad gentes, n. 11; cf Lumen gentium, n. 17).

Spesso ci riempiamo la bocca di frasi a effetto: siamo tutti fratelli… la famiglia umana… tanto che il mondo globalizzato sembra essere un condominio, e allora perché tanti problemi? Cosa si fa tra fratelli quando l’unità, il legame di sangue, è spezzato da una tragedia, da un torto di uno contro l’altro? Ci si incontra. Come si dovrebbe fare anche solo tra condomini dopo uno sgarbo? Ci si dovrebbe incontrare. E se non può farlo chi è la causa del male, della rottura, lo fanno quelli che gli sono vicini. Vanno dagli altri, dagli offesi, dagli spaventati, dai feriti. E si parla insieme.

Abbiamo messo Dio in mezzo al male che abbiamo fatto e subìto, possiamo metterlo in mezzo ora che vogliamo riparare il riparabile e fermare quanto prima la scia di morte e di dolore? Se sembra troppo piccolo il paragone tra le stragi e un litigio tra fratelli o tra condomini, dico che non sono d’accordo. Certo il dolore e l’offesa contro la vita che ha tenuto e tiene banco in questi giorni è tale da non avere paragoni. Ma, dobbiamo dircelo, per ora, le grandi intese politiche, i summit delle intelligence dei paesi interessati, le telefonate dei grandi nelle stanze dei bottoni, non sono bastate.

Se siamo colpiti nelle nostre Messe feriali da ragazzi invasati, se siamo ammazzati da un camion durante le nostre feste civili, dobbiamo ripartire dalle Messe e dalle promenades. Dobbiamo essere gente comune, nelle chiese parrocchiali, nel giorno di festa, che accoglie gli esponenti di quella fede di cui conosciamo gli slogan urlati dai terroristi. Questi sono i gesti di Cristo, del Verbo, sono i germi di Gesù.

Esiste una sola razza, la razza umana? Siamo tutti figli dello stesso Dio? Fratelli tra di noi? Settanta volte sette. Non c’è bisogno neanche di spiegare cosa vuol dire. È vero per noi? Oggi le nostre chiese saranno case come non lo sono mai state: busserà uno straniero che chiede di stare alla nostra mensa a pregare con noi. Abbiamo messo in mezzo Dio, pregare è parlare con Lui. Se siamo famiglia, non può mancare nessuno la domenica. Se siamo famiglia vogliamo, desideriamo, parlare tra di noi.

Sarà pazzia e stoltezza, ma accade. Oggi nella mia parrocchia, nella Messa sotto casa mia. Pazzia e stoltezza. Un tempo erano questi i termini con cui veniva chiamata la nostra fede. Roba per stolti e pazzi.

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