IL CASO/ Lo scivolone dell’Oms sulla lotta al fumo

- Sergio Luciano

A New Dehli si terrà un’importante conferenza dell’Oms sul tabacco, dalla quale si vorrebbero escludere i paesi produttori. Per SERGIO LUCIANO si tratterebbe di una scelta sbagliata

Sigaretta_Fumo_R439
Lapresse

Avrebbe senso escludere da un dibattito internazionale sul futuro delle portualità i Paesi dotati del maggior sviluppo costiero e del maggior numero di porti? Ovviamente no. Eppure è qualcosa di molto simile che si accinge a fare l’Organizzazione mondiale della sanità, secondo una segnalazione – tra lo stupito e il polemico – di un paio di “blog” americani che vigilano, occhiuti (e probabilmente col gradimento dei colossi internazionali della sigarette), sulle mosse delle autorità mondiali sulla spinosa frontiera del contrasto al vizio del fumo e ai suoi danni alla salute.

Cos’ha fatto, dunque, la Oms – che è poi il braccio dell’Onu in materia sanitaria – di così surreale? Semplice: l’Oms pretenderebbe di escludere da un’imminente, importantissima conferenza biennale sul tabacco i delegati di decine di Paesi produttori, ovvero tutti i “rappresentanti e funzionari di… industrie del tabacco a controllo interamente o parzialmente statale, inclusi i monopoli di Stato”. In particolare, “funzionari nominati ed eletti del ramo esecutivo, legislativo e giudiziario”. Significa, in concreto, escludere dai lavori Paesi come la Cina, Cuba, l’Egitto, la Bulgaria, la Tailandia e persino l’India, pur essendo ospitante. La ragione? Quella di non dar spazio – nella massima sede di dibattito sulla normativa internazionale futura sul tabacco – a chi potrebbe avere argomenti difensivi. Proprio come escludere dal dibattito sulla portualità i Paesi che hanno molti porti.

La “posta in gioco” della conferenza indiana dev’essere, evidentemente, molto alta, agli occhi dell’Oms. E infatti lo è. Le imposte e le normative che verranno decise a New Delhi gradatamente, ma infallibilmente, si ripercuoteranno su ogni Paese del mondo. È chiaro però che se al momento della massima capacità normativa si esclude la parte di mondo più direttamente interessata all’argomento – cioè i Paesi produttori di tabacco – si falsano le decisioni e, verosimilmente, si compromette la loro fluida ed efficace applicazione. E perché mai? Perché, sostiene precisamente la sezione dell’Oms che si occupa di questa conferenza – in sigla, la Fctc – se partecipassero ai lavori, i Paesi produttori potrebbero impedire “che nel corso dei dibattiti politici prevalgano gli interessi della salute pubblica”.

I tabacchicoltori indiani, informati di questa prospettiva, sono sul piede di guerra. Ritengono che le possibili nuove misure restrittive che dovessero scaturire dai lavori di New Delhi faranno soffrire gli operatori più poveri. Senza con questo ridurre i consumi di tabacco. Se n’è già parlato al Parlamento indiano: “Invece di dedicarsi alle difficoltà dei coltivatori di tabacco, a novembre 2016 l’India ospiterà la 7^ sessione della Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro per il Controllo del Tabacco dell’Organizzazione mondiale della sanità”, ha detto Javare Gowda, presidente della Federation of All India Farmer Association, denunciando apertamente che “questa conferenza aggraverà la miseria dei poveri coltivatori di tabacco indiani. Ci appelliamo al governo dell’India perché i coltivatori indiani partecipino alla delegazione ufficiale, altrimenti il sostentamento di milioni di persone sarà messo a repentaglio senza alcun beneficio per la salute pubblica”.

Ma come si fa ad affermare con certezza che le misure restrittive di varia natura applicate all’industria del tabacco, dalle coltivazioni alla trasformazione, saranno inutili e anzi controproducenti, perché nuoceranno ai coltivatori e non si tradurranno in una riduzione dei consumi e quindi in un beneficio per la salute pubblica? È qui che, evidentemente, le interpretazioni divergono. Ma è chiaro che soltanto un’opera di persuasione sociale diffusa sulla nocività del fumo può sortire l’effetto sostanziale di dissuadere dall’abitudine di fumare i singoli individui. Qualunque espediente che invece punti a costringere i fumatori a non fumare o a introdurre a loro carico inconvenienti di vario genere – rincaro dei prezzi, immagini choccanti sui pacchetti, eccetera- da una parte complica la vita al fumatore “leggero” che in minima misura può anche risolversi a smettere, se non altro per non sobbarcarsi più a tutte queste clausole vessatorie; ma dall’altra accentua il gusto del proibito che rientra senz’altro tra le ragioni del fumo e, nel frattempo, porta acqua al mulino del contrabbando e della contraffazione che introducono sul mercato prodotti a basso prezzo, più accessibili e quindi appetibili per un pubblico popolare e più vulnerabile anche sul piano dell’informazione.

Tutto questo non è irrilevante per l’Italia, che è il primo produttore europeo di tabacco e 14° nel mondo, un mondo dove le piantagioni specializzate danno lavoro a 2,5 milioni di persone. Nel nostro Paese, l’erario ricava oltre 7 miliardi di introiti dalla vendita delle sigarette, tra accise e Iva. Un importo di cui le casse statali non saprebbero come privarsi…

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori