PAPA E ISLAM/ Farouq: condannare tutti i musulmani è la vittoria dell’Isis

- int. Wael Farouq

WAEL FAROUQ racconta: Le parole di Papa Francesco sull’Islam mi hanno fatto sentire ascoltato in quanto essere umano, e ho compreso che per lui la mia stessa presenza è importante

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Papa Francesco (Foto: LaPresse)

“Le parole di Papa Francesco mi hanno fatto sentire ascoltato in quanto essere umano, e ho compreso che per lui la mia stessa presenza come persona è importante. Il Papa è uno che mi guarda e che non mi dimentica”. Wael Farouq, musulmano egiziano, professore dell’Università Cattolica di Milano e dell’American University del Cairo, commenta così le parole del Santo Padre in volo verso Roma da Cracovia dove si è conclusa la Giornata Mondiale dei Giovani. Per Papa Bergoglio, “non è giusto né vero parlare di Islam violento e di terrorismo islamico, allora dovrei parlare anche di cattolici violenti. Ho parlato a lungo con l’imam di Al-Azhar, conosco quello che pensano, vogliono la pace”.

Professore, gli attentati rivendicati dall’Isis sono culminati con un sacerdote sgozzato in una chiesa francese. Per un musulmano come lei qual è la natura della sfida del terrorismo?

La grande sfida dell’Isis è la sua ideologia, il terrorismo è soltanto una conseguenza. Questa ideologia diventa ogni giorno più diffusa sia nel mondo islamico sia in quello occidentale. La responsabilità è sia di quelli che difendono l’islamismo, sia di quanti riducono tutti i musulmani agli islamisti. I musulmani sono le persone di fede islamica. Gli islamisti sono quelli che trasformano la religione in ideologia e sono pronti a morire e uccidere per renderla dominante. Una persona che prega, digiuna e rispetta la propria tradizione religiosa è un musulmano, ma una persona che considera la propria tradizione religiosa come un progetto politico per purificare le altre tradizioni (che ritiene corrotte) è un islamista. L’islam politico non è una scelta che si fa per se stessi, è una scelta che si cerca in tutti i modi di imporre agli altri. Cogliere questa grande differenza è il primo passo per affrontare l’ideologia dell’Isis.

Qual è la forza del Califfato?

Lo scopo del Califfato è convincere i musulmani che queste violenze sono il vero volto dell’islam e il Califfato ha già vinto la sua battaglia mediatica se siamo noi stessi a confermarlo, affermando che l’islam è una religione violenta, in una condanna collettiva dei musulmani. In questo momento di confusione, dolore e rabbia è facile cadere in questa trappola. Anche tanti buoni e grandi studiosi cedono a questa tentazione, facendo senza volerlo un grande favore all’Isis.

Lei si riferisce all’intervista rilasciata da padre Samir?

Non soltanto padre Samir. Ci sono tanti buoni e grandi studiosi accecati dalla rabbia, dall’odio e dalla paura che fanno involontariamente pubblicità all’ideologia dell’Isis. In questo modo, i milioni di musulmani che vivono qui si trovano in mezzo a due fuochi: la propaganda dell’Isis e le tesi di questi studiosi che convergono sulla stessa idea, cioè che la violenza sia parte dell’identità dell’islam. Questa convergenza di vedute è il più grande favore che facciamo all’Isis.

L’imam di Al-Azhar ha detto che l’Islam è una religione non violenta perché nel Corano non c’è la parola spada. E’ vero?

Ho svolto personalmente una ricerca e ho verificato che nel Corano la parola spada non esiste. Il problema non è che cosa dice il Corano, bensì come capiamo il Corano.  

Professore, a me risulta che la nona Sura, quinto verso del Corano si intitoli “Verso della spada” (ayat-as-sayf). Mi sbaglio?

“Ayat-as-sayf” è un nome che è stato dato a questo versetto dagli studiosi medievali del Corano, nel corso del dibattito di quel tempo sul rapporto e sul conflitto con altri imperi. Già però negli anni ’70 dell’’800 il grande imam di Al-Azhar Muhammad ‘Abduh ha deciso di disconoscere questa interpretazione in quanto diversi studiosi avevano dimostrato che si era trattato di un errore.

Allora che cosa insegna veramente il Corano?

Il capitolo 5, versetto 82 del Corano, afferma che “i più cordialmente vicini ai musulmani sono quelli che dicono: Siamo cristiani!”. Qui il Corano distingue fra il dogma e le persone. È vero che il Corano condanna il dogma della trinità, ma basta che una persona dica di essere cristiana per avere un rapporto affettuoso con lei. I musulmani non devono giudicare i dogmi dei cristiani ma devono amare le persone cristiane in quanto tali. E’ questo l’autentico insegnamento del Corano, nonché ciò in cui credo personalmente in quanto musulmano. Ed è questo ciò che capiremmo se si smettesse di citare il Corano fuori dal suo corretto contesto.

Papa Francesco ha detto che “l’islam non è una religione violenta”, e questo va contro a un’immagine comunemente diffusa. Da musulmano lei come accoglie le parole del Papa?

Ringrazio Dio perché c’è Papa Francesco. Le parole di Papa Francesco mi hanno fatto sentire ascoltato in quanto essere umano, e ho compreso che per lui la mia stessa presenza come persona è importante. Il Papa è uno che mi guarda e che non mi dimentica. Mentre chi condanna tutti i musulmani in quanto tali compie un atto di violenza contro persone come me che vivono un’esperienza di incontro e amicizia con i cristiani. Gli integralisti cattolici affermano che il Papa è buonista, perché non vuole fare questa condanna collettiva dell’islam e dei musulmani. Ma il papa sa bene che questa condanna collettiva è il primo atto di una serie che trasforma un’esperienza religiosa in qualcosa di simile all’Isis.

Domenica i musulmani di tutto il mondo hanno partecipato alla messa. Lei che cosa ne pensa di questa iniziativa?

La ritengo una grande iniziativa. Non importa che alcuni fossero sinceri e altri meno, perché dopo ciò cui hanno partecipato i loro cuori sono cambiati. Nel momento stesso in cui hanno vissuto questo momento di preghiera con i cristiani, hanno visto con i loro occhi che ci sono persone che hanno la fede e che amano Dio e gli altri esseri umani. Dopo questa iniziativa l’altro non è più un’immagine o uno stereotipo. A partire da domenica il mondo è cambiato perché c’è stato un incontro. Se anche su migliaia di partecipanti ce ne fossero soltanto cento che hanno vissuto profondamente questa esperienza d’incontro, è già di per sé un grande cambiamento.

(Pietro Vernizzi)

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