TERREMOTO AMATRICE/ Il parroco: la burocrazia non tenti di prendere il posto delle lacrime

- int. Fabio Gammarota

Per don FABIO GAMMAROTA, “qui sono tanti a soffrire di manie di protagonismo. Adesso si apre il teatrino dei politicanti, di coloro che operano non avendo consapevolezza del dramma”

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Emergenza Terremoto (Foto: LaPresse)

Tra le vittime del terremoto ad Amatrice c’è anche Morena, una giovane donna che si era sposata da quattro mesi e che era in dolce attesa. A raccontarlo è don Fabio Gammarota, 40 anni, parroco di Città Reale Posta, una frazione di Amatrice. Il sacerdote, che è stato suo insegnante al liceo, la ricorda come “una ragazza molto carina nel suo presentarsi, estremamente delicata, molto educata, brillante nella gestione familiare, molto capace, orientata da ogni punto di vista verso una vita bella”. Da quando c’è stato il terremoto don Fabio dorme nella sua macchina soltanto per due ore a notte, quindi sgattaiola fuori per prestare aiuto insieme ai soccorritori. “Dobbiamo muoverci nel modo più svincolato possibile da un processo di burocratizzazione che non permette di fare nulla”, denuncia don Fabio.

Don Fabio, qual è in questo momento lo stato d’animo ad Amatrice?

E’ legato alla sempre maggiore presa di coscienza del dramma che è avvenuto. Nel mentre dei fatti ci sono spavento, trauma e shock. Le lacrime sono dettate anche da situazioni emotive sollecitate da ciò che si vede. Man mano che le ore passano la consapevolezza del dolore, nonché l’acquisizione delle informazioni sulla perdita delle persone care diviene sempre più profonda. E’ iniziata la stagione delle lacrime, con il tentativo di farsi una ragione davanti a mille domande.

Di fronte a questo dramma, quali storie personali l’hanno colpita di più?

Conosco tutti i ragazzi di Amatrice che sono stati miei alunni al liceo scientifico. Adesso sono quasi tutti ventenni o trentenni, nel pieno delle loro prospettive di vita. Alcuni si vedono tarpate le ali dalla perdita del padre, della madre, della moglie o del marito. E’ ormai un tessuto umano sfilacciato.

Tra i ragazzi che lei conosceva alcuni sono anche morti?

Sono due, Andrea e Morena. Quattro mesi fa avevo celebrato le nozze di Ivan e Morena, lei era in attesa di un bambino. E’ rimasto solo il marito, Ivan, un caro ragazzo.

Lei che cosa ricorda di Morena?

Morena era una ragazza molto carina nel suo presentarsi, estremamente delicata, molto educata, brillante nella gestione familiare, molto capace, orientata da ogni punto di vista verso una vita bella. E’ finita così, anzi questo momento è finito così. Si apre la stagione di Dio, delle realtà di lassù che spero si palesino all’animo e alla mente di questo ragazzo, Ivan, marito di Morena.

Che cosa ha fatto in queste ore drammatiche?

All’inizio si è trattato semplicemente di acquisire consapevolezza di ciò che era accaduto e di fare il punto in una situazione di panico. Ho cercato inoltre di dare un minimo di speranza a chi non sentiva più da sotto le macerie alcun rumore se non ulteriori scricchiolii e cedimenti, a chi nel buio della notte aveva negli occhi solo distruzione. A questi faceva seguito semplicemente un urlo: “Ci siamo, ora arriviamo. Non ti preoccupare, ti tiriamo fuori”.

 

Quindi ha dato conforto a chi era ancora sotto le macerie?

Sì. Anche il semplice stringere la mano che usciva o il piede che ancora dava dei segni di movimento, per fargli percepire che fuori c’era qualcuno che stava operando, è stato il primo intervento significativo.

 

Perché ha deciso di venire qui anche se non è la sua parrocchia?

La mia parrocchia è limitrofa a quella di Amatrice, e in realtà siamo un’unica realtà pastorale. Ho 40 anni, qui sono il prete più giovane e raccolgo gli aneliti dei più giovani a qualcosa di simpatico, di buono, di positivo che può rappresentare la mia presenza qui.

 

Lei ha visitato le persone che dormono nelle tende o in macchina?

Da quando c’è stato il terremoto vivo anch’io in una macchina per circa un paio d’ore a notte, perché non ci è concesso altro. Occorre muoversi in modo veloce, intelligente e furtivo, nel senso positivo del termine. Dobbiamo cioè muoverci nel modo più svincolato possibile da un processo di burocratizzazione che non permette di fare nulla.

 

A che cosa si riferisce?

Io capisco che ci siano delle responsabilità, ed è naturale che sia così, anche con uomini preposti al servizio che in quanto tali devono renderne conto. Tuttavia nell’attuale situazione occorrono sinergia, grande umiltà, abnegazione, capacità di adattamento scevra da qualsiasi forma di protagonismo e da qualsiasi atteggiamento che mira a farsi percepire come uomini o servizi eccellenti. Qui infatti nessuno è eccellente, io per primo, siamo tutti soggetti importanti ma non essenziali. Su questa terra nessuno lo è, l’unico a essere essenziale ovunque è Gesù Cristo.

 

(Pietro Vernizzi)

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