TERREMOTO/ La volontaria: vai lì per dare forza alle vittime, invece succede il contrario

- La Redazione

Cosa vuol dire portare soccorso a persone che hanno perso i loro cari e le case in cui c’era tutta la loro vita? Ce lo racconta una volontaria che sta operando sui luoghi del terremoto

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Emergenza Terremoto (Foto: LaPresse)

“Quando vedi una bambina che ha perso tutto e che si avvicina al pacco degli oggetti donati ammucchiati in un angolo perché ha visto che c’era una coperta delle Winx e sottovoce ti chiede se può prenderla e poi ti ringrazia facendoti ciao con la manina, è inevitabile che ti senti un peso enorme nel cuore”. L’esperienza straordinaria dei tanti volontari che si sono recati sui luoghi del terremoto, allo stesso tempo psicologicamente durissima, ci è stata raccontata in esclusiva da una di loro, che con l’umiltà propria di queste persone ci ha chiesto di mantenere il suo anonimato. Non si va infatti sui luoghi dove sono morte centinaia di persone  e altrettante hanno visto spazzato via tutto quello che avevano, per mettersi in evidenza. O così almeno dovrebbe essere. La persona con cui parliamo, che è stata nei paesi devastati dal giorno del dramma fino ad oggi, ci ha detto infatti come in tanti da quelle parti abbiano provato fastidio per l’intrusione nel loro dolore di alcuni giornalisti, per intenderci quelli che a un familiare di una vittima chiedono “cosa si prova”. Ma resta soprattutto l’esperienza dell’affetto e della riconoscenza reciproca, tra chi vive il dolore e chi cerca di alleviarlo: “Vai perché vorresti dar loro forza, ma sono loro che te la danno, come una anziana che a fatica si è alzata in piedi per abbracciarmi in segno di ringraziamento”.

Quanto tempo sei stata nei luoghi del terremoto e dove?

Una settimana circa, a partire dal giorno immediatamente successivo alla scossa, facendo la spola tra Accumuli e Amatrice.

Di cosa ti sei occupata sostanzialmente?

Non appartenendo io alla Protezione civile, ma essendo solo una volontaria, ho collaborato alle cose più semplici, come il montaggio delle tende, l’organizzazione di un kindergarten per bambini, il sostegno pratico alle famiglie dei sopravvissuti.

In che condizioni erano queste persone nei primi momenti dopo il terremoto?

All’inizio la confusione era totale, le persone colpite erano nel panico più indescrivibile e nello sconforto per la perdita di familiari o delle loro case con tutto quello che c’era dentro, la loro vita. Soprattutto per l’incertezza e la preoccupazione per la nuova quotidianità che li aspettava.

Cioè?

Gli anziani hanno retto con maggior forza, persone che comunque avevano la coscienza che la loro vita l’avevano fatta, nonostante la consapevolezza di aver perso le case che loro stessi avevano costruito con fatica. Diciamo rassegnati a veder concludere i loro anni in maniera purtroppo difficile.

E i più giovani?

Hanno accusato il colpo. Giovani madri, studenti, tutti coloro che avevano una progettualità immediata di vita. Chi ad esempio doveva dare a settembre un esame di economia che magari era stato il suo problema estivo, adesso non pensa neanche più a darlo, piuttosto pensa che non ha più niente neanche per vestirsi, lavarsi i denti, legarsi i capelli con un nastro.

 

Una devastazione dello spirito.

Sì, la gente era colpita da veri attacchi isterici, non di panico, per le cose più banali. Oppure c’erano persone così stordite dal dolore che rimanevano imbambolate e non riuscivano a prendere contatto con la realtà. Ci siamo trovati davanti casi umani di ogni genere.

 

Volontari, forze dell’ordine, protezione civile hanno fatto un lavoro straordinario, sei d’accordo?

L’intervento è stato immediato. E’ stato chiesto un intervento straordinario ai contingenti delle forze armate e della protezione civile che sono rimaste le stesse persone per tutti i primi due giorni. Hanno lavorato in condizioni di emergenza totale, non avevano neanche da cambiarsi. Non potevano fermarsi per mangiare, al massimo si mangiava un panino al volo, perché erano consapevoli che ogni minuto fosse fondamentale per trovare una persona in più da salvare.

 

Cosa li ha sostenuti in questa situazione?

Agivano sulla scorta di una emotività adrenalinica fortissima, che li motivava a discapito di ogni stanchezza o necessità. Si sono sacrificati in modo straordinario. Alcuni di loro chiamavano le famiglie a Roma o a Pisa chiedendo loro di portare almeno un cambio di indumenti intimi, visto in che situazione erano.

 

Che cosa si porta via una persona come te che è stata in questi ambienti devastanti? Tu hai già fatto esperienze simili in passato.

Ogni persona che si confronta con questi scenari di devastazione ovviamente ne resta scossa. Hai bisogno di un supporto psicologico, la fede in Dio che ti sostenga, o un appiglio qualunque che ti consenta la quadratura del cerchio.

 

In queste occasioni il circo mediatico può apparire un’intrusione fastidiosa. Che impressione hai avuto?

Ogni inviato si comporta a modo suo, di solito si tratta di persone preparate a questo tipo di missioni. Il fattore umano dovrebbe essere sempre la prima cosa da tenere a mente visto che vai a interagire con persone il cui equilibrio è stato sconvolto. 

 

E’ stato così?

Dopo il primo giorno in cui tutti parlavano con tutti per una sorta di sfogo, molte persone hanno trovato fastidioso l’approccio di diversi giornalisti, perché anche se è chiara da parte loro la necessità di dare il più ampio spazio possibile a un dettaglio o di provocare una frase che lasci il segno, molti si sono sentiti oggetto di una morbosità fastidiosa. Erano ben consapevoli che il giornalismo oggi è usa e getta, che una volta finito l’interesse su di loro si sarebbe passati alla storia successiva. 

 

Cosa ti resta di questa esperienza?

Persone come la donna anziana che a fatica si alza in piedi per abbracciarti in segno di riconoscenza. Tu vai lì pensando di dover dare forza a loro ma poi accade il contrario.  

 

(Paolo Vites) 

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