IL MILAN VENDUTO AI CINESI/ Un simbolo di questa Italia in svendita e rassegnata

- Gianluigi Da Rold

GIANLUIGI DAROLD si chiede: ma siamo proprio sicuri che i cinesi siano impazziti per il calcio, oppure usano il nostro calcio per infilarsi in altri affari ancora più consistenti?

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Foto LaPresse

La potenza dei detti e della cultura popolare a volte sembra inarrestabile. Nell’ultimo anno della guerra mondiale, le vecchie popolane milanesi sibilavano, in dialetto, una frase che si traduce in questo modo: “Oh Gesù d’amore accesso, siamo conciati peggio dei cinesi”. Il fascino del Celeste Impero, forse nemmeno il grande viaggio di Marco Polo, incrinava quella convinzione negativa.

La terribile ironia della storia è che settanta anni dopo, nel giro di pochi mesi, sia l’Inter, e dal 5 agosto anche il Milan, le due società di calcio simbolo di Milano, hanno dei proprietari cinesi. I nerazzurri sono stati acquistati da Suning (elettrodomestici), i rossoneri hanno per il momento, a quanto si sa, come patron la Sino-Europe Investment Management Changxing, che ha al suo interno Haixia Capital, fondo di Stato cinese, nonché il manager Yonghon Li e chissà quale altro “cruciverba” umano.

Adesso è probabile che ci sarà una sequenza di dotti interventi sulla globalizzazione, sull’importanza dello spostamento dei capitali, sulla necessità di aprire l’Italia agli investimenti esteri. E la frase cult sarà quella scontata, di una banalità ormai sconcertante: “E’ il mercato, bellezza”.

Invece, a nostro parere, se è ancora concesso parlare in questo parapiglia o festival di capitali che si spostano di qua e di là senza che nessuno faccia una piega, questo fatto ci sembra una triste metafora del continuo e inesorabile declino italiano. E provoca anche molta nostalgia. Ma siamo proprio sicuri che i cinesi siano impazziti per il calcio, oppure usano il nostro calcio per infilarsi in altri affari ancora più consistenti ?

Il Milan ha una storia particolare, che forse è bene tracciare schematicamente. Dopo un buon inizio nel primo Novecento, il Milan divenne la squadra popolare di Milano, quella di Porta Vercellina, senza particolari ambizioni. La “nobiltà” del calcio nazionale appartenne per molto tempo alla Juventus, all’Inter, al Torino e persino al Bologna per alcuni periodi. Poi, con gli anni Cinquanta del Novecento, il Milan divenne improvvisamente importante. Arrivò un grande presidente come Rizzoli e un grande giocatore uruguagio come Juan Alberto Schiaffino, detto “Pepe” oppure più semplicemente “el futebòl”, che sarà immortalato anche in una canzone di Paolo Conte.

Poco dopo arrivò un ragazzino di 16 anni da Alessandria, con un senso geometrico mai più visto, Gianni Rivera, e contemporaneamente un allenatore tra i più grandi del mondo che solo in Italia veniva sottovalutato, il triestino Nereo Rock, a cui i fascisti avevano cambiato il cognome facendolo diventare quasi un avellinese: Rocco.

Fu questa sequenza, intervallata da altri periodi, che fece diventare il Milan grande, quasi simbolo di un riscatto italiano legato al boom del dopoguerra. E che portò il Milan a essere la prima squadra italiana a vincere la Coppa dei Campioni nello stadio di Wembley.

I personaggi di quel periodo restano indimenticabili. Rocco era un uomo di grande cultura, che mascherava con abilità dietro a un’ironica parlata triestina. Aveva studiato sia il metodo di Herbert Chapman, grande allenatore dell’Arsenal degli anni Venti e Trenta (l’inventore del Sistema) e, nessuno si spaventi, la battaglia di Canne, teorizzando il “gioco all’italiana”, il contropiede. Quando segnava “farfallino” Hamrin, diceva a qualcuno sottovoce: “E’ il mio Maarbale”, cioè il capo della cavalleria di Annibale che aveva preso in contropiede e circondato i romani. Rocco diede una grande impronta a quel Milan, scherzando e schernendosi da ogni grandezza. A chi gli diceva “Vinca il migliore”, rispondeva sottovoce in triestino “Speremo de no”.

Furono quegli anni a costruire il “grande Milan”, con tifosi tanto appassionati che, quando la società entrò in profonda crisi con due cadute in serie B e una serie di presidenti-avventurieri (uno scappò a Beirut, un altro in Sud Africa), restarono ugualmente vicini alla squadra. Poi arrivò all’improvviso con un colpo di fortuna incredibile, e anche controverso, l’arrivo di Silvio Berlusconi (aveva pensato a lungo di impossessarsi dell’Inter, disse Peppino Prisco). Il nuovo presidente impostò un lavoro manageriale che contemplava potere mediatico e grande business sportivo, come un “biglietto da visita” di grande eccellenza.

I trenta anni del Cavaliere sono sotto gli occhi di tutti, per risultati e immagini. Come discutere su cinque “Coppe dei campioni” vinte e arrivare a collocare il Milan, per anni, come la vera alternativa continentale del Real Madrid? Eppure quel Milan berlusconiano era talmente straripante, talmente ricco, anche arrogante, che pareva destinato non a un riscatto storico come il Milan degli anni Cinquanta, ma all’affermazione di una ricchezza troppo ostentata, di un “gioiello” da mostrare, ma da cui poi separarsi inevitabilmente, nel momento delle prime difficoltà. Sarebbe un calcolo interessante vedere quanto Berlusconi ha dato al Milan e quanto il Milan ha dato a Berlusconi. I calcoli di popolarità, visibilità e influenza mediatica, soprattutto per un imprenditore ma anche un uomo politico, non si fanno solo con il calcolo dei miliardi.

Resta infine un dato di fatto che è caratteristico della borghesia italiana. Riesce sempre a costruire imprese di notevole qualità, arriva a rappresentare eccellenze mondiali, ma poi si dimentica di programmare con attenzione e non pensa mai a cadenzare i passi al momento giusto, soprattutto nel momento del cambio generazionale.

È evidente che il mercato, anche quello sportivo e calcistico in particolare, sia profondamente cambiato in questi anni. È altrettanto chiaro che la competizione a livello globale sia più complicata e più difficile. Ma in questi anni, si potevano forse programmare stadi di proprietà con una certa tempestività, vivai di giocatori in varie parti del mondo, attività di vario tipo, conquista di nuovi mercati televisivi. 

Alla fine ci si poteva difendere anche con quello che era possibile, battendo strade nuove. E invece l’inevitabile metafora che ci è venuta in mente è la solita: meglio vendere, meglio vivere di comoda rendita e di ricordi che difendere tutto quello che era possibile difendere. A suo modo, il Milan ritorna a essere in negativo il simbolo di questa Italia in svendita e rassegnata.

Come si fa a non rimpiangere Nereo Rocco che ribatteva ai fautori del “Vinca il migliore”, “Speremo de no”?

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