BAMBINO NATO DA TRE GENITORI/ Abrahim, 5 mesi e tre domande ai “padroni” della vita

- Paola Binetti

Abrahim Hassan, 5 mesi, di origini giordane, è nato in Messico con una nuova tecnica che richiede il dna di tre genitori diversi, i cosiddetti genitori genetici. PAOLA BINETTI

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Fecondazione (Foto: Lapresse)

Il terzo millennio sarà ricordato come il secolo in cui si è sviluppata una inedita scienza della vita, con una forte sinergia tra le oggettive conquiste della tecnica e il desiderio di avere un figlio a tutti i costi, ovviamente un figlio sano, come diritto soggettivo che la legge deve garantire. 

In questo crocevia in cui la scienza e la tecnica intercettano discipline come il diritto, l’economia e la politica, l’etica resta il grande escluso di sempre. Non importa sapere se si tratta di cosa buona e giusta, ma solo se si può fare o no. E se è tecnicamente possibile, allora tutto il resto passa in secondo piano. Sembra proprio che questo sia il tempo della tecnologia, che governa questo nostro mondo, dettando le sue leggi, forzando i limiti della natura, imponendo nuove prospettive anche all’intimità della famiglia, in quello che una volta era considerato come un vero e proprio sacrario, da cui gli estranei erano esclusi.

Il caso concreto che oggi detta queste osservazioni è quello di Abrahim Hassan, un bambino di cinque mesi, di origini giordane, nato in Messico, con una nuova tecnica che richiede il dna di tre genitori diversi, i cosiddetti genitori genetici. Sua madre ha una malattia rara, di origine mitocondriale e prima di lui aveva già perso due bambini, affetti dalla stessa malattia. I medici, davanti al desiderio della coppia di avere un figlio a tutti i costi, sono intervenuti trasferendo il nucleo dell’ovocita materno nel citoplasma di un’altra donna, facendo poi fecondare la nuova cellula dallo spermatozoo paterno e infine trasferendo l’embrione così ottenuto in utero. 

Abrahim è nato 5 mesi fa e sembra che stia bene. Sembra e glielo auguriamo. Ma la tecnica, già utilizzata oltre 20 anni fa, era stata sospesa perché nei bambini così concepiti si erano create col tempo una serie di anomalie genetiche, impossibili da correggere e da controllare. 

Dubbi e perplessità sul piano etico, uniti a difficoltà oggettive sul piano tecnico-scientifico, ne avevano sconsigliato ulteriori applicazioni, per cui la tecnica è attualmente considerata legale solo in Inghilterra, che nel campo della sperimentazione genetica fa spesso da apripista, salvo poi tornare velocemente sui suoi passi, com’è accaduto nel caso della pecora Dolly, per citare il più famoso dei suoi esperimenti, miseramente fallito. Ad Abrahim vanno tutti i nostri auguri e speriamo che il team dei medici sappia monitorare nel miglior modo possibile la sua condizione.

Le nostre perplessità sono quindi concentrate su tre fronti: la sicurezza biologica del bambino e i rischi che potrebbe correre; le conseguenze sul piano psicologico dell’oggettiva difficoltà di avere figure genitoriali di riferimento chiaramente definite; e soprattutto preoccupa l’ambizione di quegli scienziati che vogliono porsi come padroni della vita e della morte, per ricreare l’una e l’altra a loro piacimento.  

Sfidando i limiti della natura e manipolando la vita umana, soprattutto quella di bambini potenzialmente malati, la consegnano ad una visione tecnologicamente evoluta, psicologicamente miope ed eticamente inaccettabile. Una cosa sono le Technological Humanities con cui si cerca di umanizzare la tecnica, e una cosa ben diversa è la tecnocrazia, di chi fa della tecnica uno strumento di potere ad alto rischio di devianza.

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