DYLANN ROOF / Condannato a morte per la strage di Charleston: la reazione del fratello di una delle vittime (oggi, 11 gennaio 2017)

- La Redazione

Dylann Roof condannato a morte per la strage di Charleston: pena capitale, la prima per un crimine d’odio. Uccise 9 afroamericani nella Chiesa Metodista nel giugno 2015, nessun pentimento

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Foto: LaPresse

E’ giunta nella giornata di ieri l’esemplare condanna a morte a carico di Dylann Roof, il giovane che si macchiò della terribile strage nella chiesa di Charleston, nella quale persero la vita 9 persone di colore. A decretare la dura sentenza a carico del 22enne, stando a quanto reso noto dall’agenzia di stampa Euro News, sarebbero stati i 12 giurati del tribunale di Charleston, i quali avrebbero tenuto conto dell’odio raziale alla base dell’azione di Dylann Roof, ma anche della premeditazione e dell’assenza di rimorso. Subito dopo la notizie della condanna a morte, sono state raccolte le testimonianze e le reazioni da parte di alcuni parenti delle vittime. Melvin Graham, fratello di una delle persone uccise, ha commentato: “È davvero una vittoria che lascia l’amaro in bocca perché mia sorella non tornerà”. Eppure, a sua detta, la condanna a morte di Dylann Roof rappresenterà un messaggio inviato “a tutti coloro che provano quel che prova lui: che questa comunità non tollera tali derive”. L’odio raziale manifestato con la sua azione dall’allora 21enne, non è mai venuto meno. Basti pensare che nelle ultime udienze il giovane appariva in aula indossando scarpe con simboli razzisti.

Alla fine è arriva la condanna a morte per Dylann Roof, il killer della strage di Charleston che nel giugno 2015 sconvolse l’America e il mondo con la sua folle azione all’interno della Chiesa metodista in South Carolina. Stette seduto per circa 45 minuti all’intero della Chiesa mentre i fedeli ascoltavano i passi della Bibbia e di colpo tirò fuori la sua calibro 45 e sparò senza pietà e indecisione a 9 persone afroamericani, 6 donne e 3 uomini compreso il reverendo simbolo della battaglie per i diritti della popolazione afroamericana e membro del Senato dello Stato, Clementa Pinckney. Una strage che fece scalpore anche perché Dylann Roof all’epoca aveva solo 21 anni, con l’evidente scoppio della polemica sulla libera circolazione di armi e la facile possibilità di comprarla in negozi per la strada. La sua condanna alla pena capitale arrivata ieri in Usa è storica perché è la prima federale per un crimine d’odio:  Roof è un dichiarato suprematista bianco con ossessioni segregazioniste e con il folle sogno di far scoppiare una guerra civile per arrivare ai suoi obiettivi. Le indagini condotte dopo il suo arresto appurarono che progettava l’attacco da almeno sei mesi: choc anche ieri in Usa dopo la condanna, per un caso che ha segnato e non poco gli ultimi mesi di reggenza Obama.

La strage di Charleston architettata e compiuta dal 21enne Dylann Roof ha lasciato il segno e fatto impressione anche nella sua penultima fase – ieri durante la lettura della sentenza alla condanna capitale di morte, l’ultima sarà l’effettiva esecuzione – dato che il ragazzo che uccise 9 afroamericani nella chiesa metodista di Charleston non ha mai provato alcun segno di pentimento o turbamento. Al momento dell’arresto non oppose resistenza, ma soprattutto durante il processo le azioni più sconvolgenti, paradossalmente, rispetto alla follia omicida scatenata quella sera del 17 giugno. Non ha mai richiesto la clemenza o il perdono, ha sempre allontanato ogni ipotesi di turbe psicologiche e non ha mai dato esplicite spiegazioni del perché ha fatto quello che ha fatto: “Sento che dovevo farlo”. Ha parlato per cinque minuti senza fermarsi, sotto lo sguardo inquisitorio dei giurati. Ha ricordato – come rivolgendosi singolarmente a ciascuno di loro – che il dissenso di un solo giurato sarebbe bastato per risparmiarlo: “Ho il diritto di chiedervi una condanna all’ergastolo, ma non so a cosa possa servire”. Immobile, come sempre in questo processo, con lo sguardo fisso e truce del peggior criminale scafato da anni di crimini. Invece è un 21enne con un odio dentro da far paura e che l’esecuzione alla pena di morte non cancellerà e non risolverà soprattutto il problema alla radice di un’America ancora troppo e molto ripiegata sulla differenza in negativo, sull’odio assiduo per il “diverso”. (Niccolò Magnani)

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