FIGLIO 16ENNE UCCIDE I GENITORI/ “Disagio giovanile”? No, tutto il mistero del male di Caino

- Mauro Leonardi

Hanno confessato: a uccidere Salvatore Vincelli e Nunzia Di Gianni, coniugi di Pontelangorino (Ferrara), sono stati il figlio e un amico. Una storia senza volti. MAURO LEONARDI

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Conferenza stampa in procura (LaPresse)

Ottanta euro subito, altri mille dopo il massacro. È il prezzo con cui il figlio sedicenne della coppia assassinata a Pontelangorino (Ferrara) aveva assoldato l’amico, di appena un anno più grande, per ammazzare i genitori. È uno dei particolari più agghiaccianti di una vicenda che permette solo di balbettare. Forse per contrasti familiari dovuti ai brutti voti presi a scuola, il figlio di Salvatore Vincelli e Nunzia Di Gianni decide di uccidere papà e mamma. Assolda un amico e compiono il loro proposito a colpi d’ascia. Poi il figlio chiama i vicini cercando di crearsi un alibi. Iniziano le indagini e, dopo che i racconti dei ragazzi danno segni d’incongruenza, scattano gli arresti e cominciano a susseguirsi le parole inadeguate.

Per esempio quelle del prefetto che parla di necessità di prevenire il disagio giovanile. Disagio giovanile? Mi sembra un termine che va un po’ stretto all’uccisione premeditata ad accettate dei propri genitori. Ma ce ne sono altre ancora di parole inadeguate a descrivere, a scrivere, questo orrore. 

Per esempio la parola “movente”. Sarebbero dei litigi per dei voti cattivi. Posto che nessun movente giustifica l’uccisione di nessuno, uccidere con un’ascia i propri genitori per una contestazione su dei brutti voti, sarebbe un movente? I brutti voti si contestano, i bei voti si festeggiano: tutto ciò fa parte del lessico familiare comune e nulla c’entra con i moventi dei delitti.

Poi, di inadeguata, c’è la questione dell’età, la faccenda dell’adolescenza. Sono giovani. Certo, l’adolescenza è l’età che contesta sempre e comunque, ma “uccidere il genitore” finora, a casa mia, era una metafora che serviva per intendere il rompere un legame, l’uscire da un guscio. Questa metafora non mi era mai capitato necessitasse di un’ascia. 

Ancora altre parole inadeguate: responsabilità e pentimento. “I due ragazzi non hanno dato segni di pentimento, ma hanno solo ammesso le loro responsabilità”, così dicono le cronache. Ma io chiedo, come si può ammettere la responsabilità di un atto del genere? E quindi come ci si può pentire? Altre parole inadeguate oltre a “disagio giovanile” o “brutti voti contestati” o “adolescenza”. Un fatto orribile tessuto solo di parole inadeguate. E io che sono qui a scrivere mi chiedo: ma dove le trovo le parole adeguate per continuare? Quali sono, dove sono? 

Io, in questa storia, non le trovo se non alcune, terribili, che esito a trascrivere: dopo avere ucciso, hanno avvolto le teste delle vittime in sacchetti di plastica perché, hanno rivelato agli inquirenti, “non volevamo guardarli in faccia”.  

Ecco, questa, nel disumano, è l’unica traccia di umano. Ricorda tanto Caino che, interpellato da Dio, diceva di non essere il custode del fratello e che aveva “il volto abbattuto”. 

Forse guardarsi in faccia vincendo l’indifferenza che ogni giorno ci distrugge è l’unica parola giusta. L’unica orma nella quale mettere piede per provare a risalire dal baratro. Da lì quel figlio, se vorrà, potrà ripartire. Se avesse guardato quei volti scempiati dalle sue mani, quel ricordo avrebbe cancellato dentro di sé ogni immagine felice della vita con papà e mamma. Gli avrebbe tolto l’unica possibilità di redenzione.

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