DJ FABO/ Fabiano Antoniani, eutanasia o suicidio: perché fare del dolore una campagna politica?

- Paolo Vites

ll caso di Fabiano Antoniani, conosciuto come DJ Fabo, non è esattamente una richiesta di eutanasia, quanto di suicidio volontario. L’appello video a Mattarella fa discutere.

dj-fabo_R439
Dj Fabo (Foto dal web)

Nel 2006, alcune dichiarazioni di don Luigi Verzè, fondatore dell’Istituto San Raffaele di Milano, suscitarono scalpore: “Erano gli Anni Settanta, ricordo un amico, lo abbiamo curato perfino con esasperazione. Stava attaccato a un respiratore artificiale. Una volta mi ha detto: ti prego, staccami. E io, piangendo, dissi: staccatelo”. Aggiungendo: “Quando a chiederlo è chi vive grazie alle macchine, allora non è eutanasia. È un atto d’amore”. 

Il caso di Fabiano Antoniani, conosciuto come DJ Fabo, non è esattamente una richiesta di eutanasia, quanto di suicidio volontario. Oggi ha 39 anni e in seguito a un grave incidente accaduto nel 2014 è completamente cieco e tetraplegico. Giovane dalla vita intensa e appassionata, come lui stesso racconta, aveva fatto un po’ di tutto: “L’assicuratore, il geometra, il broker, ho lavorato per anni per un team di motard, correvo anche in motocross, ma la mia passione è sempre stata la musica. Così sono diventato DJ Fabo, suonare per gli altri mi rendeva felice, mi permetteva di sognare e dare un tocco magico alla vita”. 

In un video in cui la fidanzata di sempre gli presta la voce, DJ Fabo racconta queste cose e lancia un appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Ho provato a lottare, a curarmi, anche sperimentando nuove terapie, ma mi sento in gabbia, non sono depresso, ma non vedo più e non mi muovo più. Da più di due anni sono bloccato a letto in una notte senza fine”. 

E’ evidente che il giovane non è in fin di vita né ha bisogno di macchinari per continuare a esistere. Ed è altrettanto evidente, a differenza del caso Eluana, che non sono altri che vogliono interrompere la sua insistenza, ma è lui a chiederlo. Tornando a don Verzè, è risaputo, anche se mai riconosciuto ufficialmente, che nelle corsie degli ospedali, ad anziani e malati incurabili in alcuni casi viene praticata da sempre l’eutanasia, anche se non è ammessa dalla legge. Lo stesso sacerdote diceva che anche il tanto discusso testamento biologico che si chiede alla legge di riconoscere ha dei limiti invalicabili: nessuno, quando sta bene, ci pensa o chiede la morte in previsione di chissà quale evento. Sempre don Verzè diceva al proposito: “E’ un atto di superbia. Nessuno può mettersi nei panni di se stesso quando si dovesse ammalare, né sapere come reagirebbe alla sofferenza”. 

E’ chiaro lo scopo che sta dietro il volere a tutti i costi una legge in proposito: intervenire a proprio piacimento là dove il malato non è più in grado di esprimere un suo parere. Il problema, anche quello di DJ Fabo, infatti, sta tutto qui: può lo Stato, può una legge entrare in una dimensione così drammaticamente privata come il desiderio di morire quando non ci si sente più in grado di sopportare le proprie condizioni di vita? 

Gli abusi, come dimostrano i casi di Olanda e Belgio, dove ormai si pratica l’eutanasia anche nei confronti dei minorenni (basta che i genitori siano consenzienti), o dei malati di mente, sono dietro l’angolo. Alla fine, davanti al dolore e al dramma del singolo, si fa valere l’idea che solo la vita sana e senza handicap sia quella che deve essere vissuta. 

DJ Fabo — lui dice — non è depresso e non è abbandonato: la sua ragazza è sempre rimasta con lui, gli amici non mancano, ma lui è stanco di quella esistenza. E’ una richiesta di suicidio la sua, non di eutanasia, ma il video che si rivolge al capo dello Stato citando l’associazione Luca Coscioni che si batte politicamente per ottenere una legge sull’eutanasia, sposta questa sua richiesta, umanissima e concepibile, sul piano squisitamente politico. 

Certo, si possono fare battaglie etiche a volontà, citare esempi ammirevoli di dedizione e compagnia alla sofferenza, ma non ci sembra che DJ Fabo sia stato abbandonato, anzi. Tali esempi, se non portano a incontri precisi e concreti, troveranno sempre il tempo che trovano, diventando alla fine scontri ideologici. Perché alla fine c’è solo il dolore e il mistero del singolo. Cose che, nonostante quanto dicono i responsabili dell’Associazione Luca Coscioni (“il riconoscimento del diritto di scegliere come e quando terminare la propria vita e interrompere la propria sofferenza”) non spetta loro regolamentare, così come non spettano allo Stato e alla Chiesa. 

Ogni storia è diversa, ogni uomo è diverso. Basta che non si facciano campagne politiche da una parte e dall’altra nel nome del dolore. Che è quanto di più sciagurato e inumano si possa fare. Se la storia di DJ Fabo fosse rimasta nel privato, meglio sarebbe stato per tutti, comunque fosse andata a finire. Non abbiamo bisogno di eroi di questo tipo, di condottieri, di facce su un manifesto o su youtube.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori