UTERO IN AFFITTO/ Stavolta i giudici dicono no a chi gioca con la vita

Una coppia non può riconoscere un figlio come suo se è stato generato senza alcun legame biologico con gli aspiranti genitori e grazie ad una madre surrogata. PAOLA BINETTI

25.01.2017 - Paola Binetti
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Immagini di repertorio (Foto: LaPresse)

La Corte dei diritti umani di Strasburgo oggi con la sua sentenza sancisce una cosa evidente nell’esperienza di qualunque bambino: il diritto di avere una madre e un padre, il diritto di sapere chi sono, la certezza di essere stato concepito per amore e di non essere il semplice frutto di una transazione economica, una sorta di compra-vendita. 

E’ vero, non sempre è così; ci sono bambini concepiti per caso, altri che nascono da una violenza, gli uni e gli altri non sempre desiderati, ma poi accettati per la semplice ragione che qualcuno vuole che vivano, ne riconosce il diritto all’esistenza e si impegna ad essere per loro una famiglia al cento per cento. Ma la maternità per conto terzi, la cosiddetta maternità surrogata è qualcosa di profondamente diverso: entrano in gioco sofisticate pratiche di laboratorio, dietro le quali si muovono importanti interessi economici. Ci sono i desideri di alcuni che rappresentano una vera e propria prepotenza nei confronti delle persone più fragili i cui diritti sono violati nella loro stessa essenza. 

Oggi da Strasburgo è venuto un chiaro ed esplicito segnale di condanna della maternità surrogata. La sentenza della Grande Chambre della Cedu sulla maternità surrogata costituisce una garanzia giuridica davanti a quello che stava diventando un nuovo tipo di far-west procreatico. La logica che ha spinto al ricorso davanti alla Corte dei diritti umani è lo struggente desiderio di maternità e di paternità che, seppure comprensibile sul piano umano, diventa inaccettabile quando ci si rende conto della complessità delle dinamiche che si mettono in movimento per soddisfare il desiderio di alcuni a scapito dei diritti di altri. 

In questi mesi abbiamo assistito ad un carosello inimmaginabile dieci anni fa, quando la legge 40 aveva detto un No altrettanto chiaro e determinato all’utero in affitto. Lo scollamento che si crea con la gestazione per conto terzi porta un bambino a poter avere due-tre madri diverse prima di nascere e nessuna madre dal momento in cui sarà nato. Può portarlo ad avere un fratello gemello con un padre diverso dal suo, purché ci sia una stessa madre surrogata. 

La natura, da sempre maestra di vita, ci mostra come nella maggioranza dei casi la genitorialità inizia sul piano biologico e prima ancora sul piano affettivo che lega i due genitori. L’intensa relazione che ogni gestazione crea tra madre e figlio contagia profondamente anche i padri e crea un circolo magico tra tutti e tre, rinsaldando i vincoli del loro rapporto.  

C’è anche una genitorialità adottiva, che si rende necessaria in alcune circostanze particolari, per dare ad un bambino che ne è privo la famiglia che lo aiuterà a crescere e a maturare. Ma la genitorialità per conto terzi è un ibrido in cui il complesso gioco delle reciproche responsabilità si infrange contro il muro dell’anonimato delle relazioni, dello sfruttamento della donna e della vera e propria compravendita di un bambino. Ed è questo il rischio evidenziato a Strasburgo, da cui si rileva come anche solo il sospetto di quel vecchio reato non si possa più tollerare, anche se oggi si ripresenta in forme più moderne. 

A questo punto diventa doveroso calendarizzare una proposta di legge presentata a mio nome a suo tempo, insieme ad altre proposte analoghe, perché il reato di maternità surrogata sia perseguibile anche se commesso all’estero. La sentenza di oggi aiuta a sottolineare che la genitorialità non è un diritto e quindi non può diventare una pretesa.

Il desiderio di maternità e paternità si può legittimamente riversare su tanti bambini privi di famiglia, in fuga dalla fame e dalla guerra, sui tanti minori non accompagnati che sbarcano ogni giorno sulle nostre coste. Ci sono mille occasioni per amare anche i figli di altri, senza obbligare con la violenza, che spesso i soldi rappresentano, donne di modesta o modestissima condizione economica, solo per avere il figlio che non si può avere; senza rendersi conto dei tanti possibili figli che già ci sono in giro per il mondo, il nostro mondo. 

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