SANTA GIACINTA/ La terziaria francescana che si convertì in convento (santo del giorno, 30 gennaio)

- Eugenio Russomanno

Clarice Marescotti nacque a Vignanello nel 1585. La famiglia la spinse in convento, lei dapprima rifiutò, poi si convertì e divenne un simbolo di carità venerato da tutti

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Immagine presa dal web

Giacinta – al secolo, Clarice – Marescotti nacque nel 1585 – forse il 16 marzo – a Vignanello, un piccolo paese del Viterbese, nella diocesi di Civita Castellana. La sua era una famiglia nobile e ricca. Il padre la costrinse – lei che era, piuttosto, di carattere libero e ribelle – ad entrare nel monastero delle clarisse di san Bernardino di Viterbo: prese l’abito il 9 gennaio 1605, assumendo il nome di Giacinta, non monaca ma terziaria francescana. Inizialmente era – comprensibilmente – insoddisfatta e insofferente verso la vita monacale e altera nei confronti delle consorelle per il proprio rango, ma successivamente, dopo una malattia (1615) e per l’intervento del proprio confessore, cominciò a cambiare idea e ad abbracciare la strada del convento come propria strada vocazionale: “convertita”, arrivò ad imitare con severa partecipazione la passione di Cristo, con pratiche di flagellazione, digiuni e incatenamenti alla croce. “Maestra delle novizie e madre spirituale di grande carisma con l’esempio e con la parola”, la dice Stefano Andretta. Giacinta Marescotti non visse il proprio cristianesimo solo nel convento, ma anche aperta ai bisogni della città di Viterbo. Ella dettò le costituzioni che regolarono la confraternita dei cosiddetti Sacconi (dal sacco che i confratelli indossano nel loro servizio), dedita all’assistenza dei malati, destinata a diventare una struttura permanente. Promosse, nel 1638, gli Oblati di Maria, confraternita dedita all’assistenza degli anziani ricoverati nell’ospizio di San Carlo, che la stessa Marescotti aveva voluto e fatto edificare. Inoltre, in tempi di diffuso giansenismo, Giacinta offriva l’alternativa della misericordia di Cristo, moltiplicando le iniziative di devozione al Santissimo Sacramento. Queste e altre attività a favore della comunità cittadina di Viterbo spiegano perché “alla sua morte, avvenuta il 30 gennaio 1640, vi furono scene di venerazione così impetuose che il cadavere della ‘madre di carità’ dovette essere rivestito tre volte prima di appagare la fame di reliquie nei Viterbesi, e la stessa camera ardente fu protetta da un drappello di armati” (Andretta). Giacinta, beatificata nel 1726 e canonizzata nel 1790, la proclamazione ufficiale della sua santità avvenne il 24 maggio 1807. Molto devota alla Madonna, sugli oggetti che usava volle impressa l’immagine della Madre di Dio ed era solita dire che avrebbe sofferto ogni martirio per conquistare alla Santa Vergine il cuore di coloro che incontrava.

A Viterbo, santa Giacinta Marescotti, vergine del Terz’Ordine regolare di San Francesco, che, dopo quindici anni passati tra vani piaceri, abbracciò una vita durissima e istituì confraternite per l’assistenza degli anziani e per l’adorazione della santa Eucaristia.



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