TERREMOTO IN ABRUZZO/ A volte basta una cena. E un cuore vivo

- Giulia Sponza

lastampa.it ha riportato un curioso episodio accaduto a un gruppo di vigili del fuoco di ritorno dall’Abruzzo. Un imprevisto che parla di generosità e di speranza. GIULIA SPONZA

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Immagini di repertorio (Foto: LaPresse)

Caro direttore, 

Mentre scorrevo pigramente le notizie che, dai giornali, arrivano nell’arco della giornata sul cellulare, mi è capitato di leggere su lastampa.it un articoletto di poche righe. 

È stato il titolo ad incuriosirmi: “Il terremoto si batte anche offrendo una cena”. Racconta di un camion di vigili del fuoco che, percorrendo la statale Adriatica in direzione Ravenna, decide di fermarsi a cena in un ristorante lungo la strada. Sono stremati questi ragazzi dopo giorni — hanno smesso di contarli — trascorsi in mezzo alla neve e al fango per portare soccorso al martoriato Abruzzo. Si impone una sosta perché l’adrenalina sta per esaurirsi. Quando entrano in gruppo si trovano davanti il gestore, signor Donzellini, che non ci pensa due volte e li invita tutti a cena! Sono suoi ospiti insomma. Sulle prime i ragazzi si schermiscono con un po’ di imbarazzo, ma poi cedono a questa spontaneità che ha il sapore antico della gratitudine. È un vero regalo per i Donzellini (nel frattempo si è riunita la famiglia al completo) poter partecipare anche loro, e in questa forma così conviviale, alla “ricostruzione” dell’Abruzzo e perché no, dell’Italia: un’ora gomito a gomito con i protagonisti di quella che non esitiamo a definire un’epopea e che, sappiamo bene ahimè, non si è ancora conclusa. 

A colpire tuttavia, non è tanto l’impeto di commovente e sincera umanità del ristoratore, quanto piuttosto il fatto che, essendo la notizia finita in rete grazie a una foto scattata per l’occasione, un quotidiano nazionale abbia voluto rilanciarla. 

È difficile infatti reperire nelle testate dei nostri giornali notizie come questa quando invece proprio di tali notizie tutti noi siamo affamati perché ciascuno — che lo riconosca o no — è fatto per il bene, per la positività, per la speranza. “Non lasciatevi rubare la speranza!” Quante volte lo ha ripetuto, instancabile, Papa Francesco. 

Sembra invece che i quotidiani siano perennemente a caccia di colpevoli, di capri espiatori, di vittime che rivendicano per loro giustizia. Certo nessuno nega la necessità e l’urgenza di far luce su responsabilità e compiti troppe volte disattesi. C’è tuttavia in ogni tragedia, qualcosa che sfugge all’umana comprensione. Ma non è forse proprio quello che ci sopravanza, il punto misterioso da cui alla fine ripartire?

Qualche giorno fa la madre di Alessandro Riccetto, una tra le giovani vittime dell’hotel Rigopiano, aveva postato, sul suo profilo Facebook, un breve messaggio che diceva pressappoco così: “In certe situazioni, non c’è altro che la preghiera”. 

Non esistono infatti — come invece qualcuno ha detto e come puntualmente i media hanno riportato — morti inutili. Esiste piuttosto il sacrificio di tanti (sono 29 questa volta le vittime) che costringe a chiedersi quale cambiamento esiga Dio dalla vita di ciascuno. Se manteniamo aperto il cuore, la risposta non potrà tardare; come è successo, imprevedibilmente, al signor Donzellini.

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