MILLENNIALS/ Da Kurz a Kim Jong-un, cercare il potere per colmare il vuoto

- Federico Pichetto

La probabile nomina del 31enne Sebastian Kurz a nuovo cancelliere austriaco apre le porte a un’ulteriore riflessione sulla generazione “millennials”. Lettera di FEDERICO PICHETTO

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Elezioni in Austria, a Vienna vince Sebastian Kurz (LaPresse)

Caro direttore,
la probabile nomina del trentunenne Sebastian Kurz a nuovo cancelliere austriaco, dopo lo sfolgorante primato conquistato nelle elezioni legislative di domenica dal suo partito, apre le porte a un’ulteriore riflessione su quella generazione, i millennials, nati nell’ultimo ventennio del secolo scorso, cui anch’io appartengo e che per la prima volta, con il Wunderwuzzi transalpino, arriva direttamente al potere in Europa. 

Normalmente la società li chiama “giovani” e ne estende l’appartenenza anche a tutti coloro venuti al mondo nei primissimi anni duemila. Su di loro si sprecano analisi, sondaggi, opinioni e commenti. Quel che è certo è che sono millennials gli attentatori sedotti dall’Isis che mietono stragi nelle città dell’Occidente dal 2015, sono millennials coloro che — secondo i flussi elettorali — affossarono la riforma costituzionale di Matteo Renzi lo scorso 4 dicembre, sono millennials sia i più strenui oppositori della Brexit nel Regno Unito sia i più fermi sostenitori delle destre moderate e radicali che hanno spinto il vento di uomini forti come Trump, Macron e il coetaneo Kurz. Millennials sono pure il principe William con sua moglie Kate, Mark Zuckerberg, Fedez e le principali webstar del nostro tempo. Può sembrare curioso, ma è utile non dimenticare che anche il coreano Kim Jong-un è un millennial (nella fattispecie è del mio stesso anno ma, a parziale discolpa, posso dire che non è mai stato in classe con me) come lo sono i protagonisti dei più perversi ed efferati casi di cronaca degli ultimi anni. 

Pongo in modo così forte l’accento su questa “appartenenza generazionale” perché coloro che sono cresciuti all’ombra del millennio sono sempre stati trattati come un problema: era un problema la loro diversità anagrafica, il loro non aver mai visto né la guerra calda né la guerra fredda, la loro fragilità affettiva, il loro esistere al di là degli schemi e dei confini tradizionali. Hanno gli euro in tasca, ma hanno visto le monete nazionali nel loro ultimo scorcio di gloria, scrivono articoli di giornale con lo smartphone ma hanno chiamato casa con un telefono a gettoni, si muovono con disinvoltura nell’industria globalizzata 4.0 ricordandosi altrettanto bene i racconti dei nonni legati alle tradizioni della terra e dei piccoli villaggi. Sono i figli di chi ha fatto il ’68, della generazione che non riesce in alcun modo oggi ad abbandonare il potere o — se estromessa da questo — ad accedervi. 

Wurz incarna perfettamente l’essenza dei nuovi protagonisti: soli, seduttori e opportunisti. Per tutti questi “ragazzi” il potere non è stata né una vocazione né una necessità dettata da un nobile spirito di servizio, bensì una cura rispetto al vuoto che avevano dentro. Forse quest’affermazione si capisce meglio se si cerca di capire l’etimologia della parola potere. In un suo studio Franco Rendich fa risalire il termine alla radice indoeuropea pat- che significa “sorvegliare, tenere a bada”. Unita al verbo essere essa dà vita al verbo latino possum che, pertanto, potrebbe essere tradotto con la locuzione “sorveglio, tengo a bada, l’essere”.

Ecco, il potere per i millennials è proprio questo: un modo di tenere a bada il proprio essere, l’ignoto da cui sentono di provenire e che conferisce loro insicurezza e senso di inadeguatezza. Non riescono a stare nel vuoto, a fare i conti col vuoto che gli è stato lasciato dai padri e che hanno il terrore che sia disabitato, privo di amore. Per questo afferrano il presente e impazientemente si impongono: per scacciare lontano il fantasma del nulla e quello della solitudine.

La mia generazione rischia di fare molto male a questo pianeta perché crede che la realtà abbia un debito con ciascuno e che il nostro compito sulla terra sia quello di riscuoterlo, con l’amore o con la forza. Sono consapevole che dicendo queste parole descrivo anzitutto me stesso. Eppure è qui che sta la svolta: nell’aver incontrato qualcosa, Qualcuno, che mi ha mostrato chi ero e che cosa volevo. Perché se permetti a te stesso di esplorare il vuoto in cui vivi, se non lo anestetizzi col potere, con le dipendenze o col piacere immediato e fugace, allora puoi percepirvi — nel silenzio della notte — il sussurro dell’Essere. Quel grido che non si può imprigionare o sorvegliare, ma che — istante dopo istante — si può solo cominciare a seguire. Prima che il male, il “lato oscuro” direbbero in Star Wars, prenda il sopravvento e condanni tutti alla follia di una rabbia che vince nelle urne, ma che, alla fine, perde nella vita.

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