14enne torturato dal padre/ Ragazzino rom: “mi picchiava a sangue perché volevo andare a scuola”

- Niccolò Magnani

14enne torturato dal padre: Napoli, campo Poggioreale, ragazzino rom denunci il padre e confessa, “mi picchiava a sangue perche volevo andare a scuola”. Il coraggio e l’occasione

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Roma, "bonus a chi adotta rom" (LaPresse)

Di norma “casi del genere” hanno un loro “codice” non detto e non scritto per poterlo affrontare: storia – un ragazzino rom 14enne picchiato e torturato dal padre – le descrizioni del degrado in cui versava la vittima – un campo Rom, l’accattonaggio e la raccolta degli oggetti nei rifiuti per trovare qualcosa di adatto da portare “a casa” – e conclusione “morale” su come l’intera storia ci insegna che l’integrazione in Italia va migliorata, che la crisi è ancora in atto, eccetera, eccetera, eccetera. Le carte le scopriamo subito: a noi ci ha colpito un punto, magari “minimo” o meno mediatico, ma dirimente l’intera vicenda capitata ad un ragazzino di 14anni del campo rom di Poggioreale a Napoli. Un ragazzo, poco più di un bambino, ha deciso di denunciare il padre, per di più all’interno di un mondo e una tradizione dove il rapporto con le istituzioni e con il Paese dove si risiede è pari allo zero assoluto. Picchiato, torturato e trattato peggio di un animale dal padre, non protetto dalla madre, ha trovato il coraggio di denunciare il tutto all’Unità operativa tutela emergenze sociali e minori della polizia municipale di Napoli.

Intendiamoci, non che l’accento importante sia da porre sulla denuncia in quanto tale, comunque un fatto immaginiamo traumatico e difficile – ci ha messo due anni per farlo infatti – ma sulla volontà di non voler più vivere una realtà che lo stava schiacciando. E, non solo, magari cercando in questo modo di far “accorgere” il padre di quanto stava sbagliando con lui: questo forse non lo sapremo mai, ma non è da escludere in una storia dai contorni davvero agghiaccianti. «La colpa di David è quella di non volersi adeguare alla cultura Rom, di preferire lo studio alla raccolta di ferro e oggetti da riciclare raccolti dai bidoni dell’immondizia, di essere perfino tra i migliori alunni ora che ha iniziato le superiori, di sognare e ambire a un futuro totalmente diverso» racconta il lungo reportage del Mattino di Napoli.

IL CORAGGIO DI DENUNCIARE IL PADRE

Già, la scuola: pare che questo ragazzino non fosse stimato dal genitore proprio perché preferiva andare a scuola piuttosto che compiere le “mansioni” del suo clan, preferiva imparare – e soprattutto trovarsi con altri ragazzi normali e giovanissimi come lui – piuttosto che prenderle dai genitori che con accanita violenza per almeno due anni hanno riempito di botte e torture quel corpo gracilino ma desideroso di “ribellarsi” ad un sistema inumano e coercitivo come quello del campo rom. La scuola come luogo di difficile integrazione, certo, ma anche di possibile incontro e scoperta che vi è un’altra storia, un’altra vita e un’altra realtà che si può vivere, che può essere degnamente vissuta. Non più la violenza e l’incubo, ma la possibilità di un bene che probabilmente alla fine ha fatto scattare la denuncia: ha convinto quel ragazzino che vi era un’alternativa credibile e possibile al mondo di violenza e obbedienza cieca di un genitore spesso ubriaco e aguzzino con quel piccolo figlio e con la sorellina di 8 anni.

«Il padre-padrone ubriaco che gli sferrava calci, pugni e schiaffi, lo insultava con parole di odio e disprezzo, con la madre che lo teneva fermo per non farlo scappare. Dalla donna che lo ha messo al mondo non riceveva carezze ma insulti e consigli ripetuti di andare a lavorare (ovvero a mendicare in giro per Napoli, ndr), perché «così si fa», racconta ancora il lungo reportage del quotidiano partenopeo. I genitori sono stati deferiti e a breve potrebbero essere anche indagati; i due minori trasportati in strutture protette per non essere rintracciati (si spera) dal clan. I ragazzini si sono fidati della scuola, dello stato e soprattutto delle persone che le hanno accolte e non picchiate: ora tocca a noi non deluderli e proporre una vita e una storia educativa all’altezza del cuore di quel ragazzino torturato ma vivo. Drammatico ma desideroso di cambiare finalmente vita.

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