PINK/ Cos’è la nuova droga chimica che ha ucciso un uomo di Torino sotto gli occhi del SerT

- Fabio Belli

Nuova droga, primo morto in Italia, a Torino, per la “Pink”. La moglie di Mario, 42 anni, accusa: “Nessuno ci ha aiutati, dicevano che mio marito aveva problemi coniugali”

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Immagine di repertorio (Pixabay)

Tecnicamente si chiama U47700, si vende online e non viene ancora neanche ufficialmente riconosciuta dai SERT. A livello confidenziale però viene chiamata “Pink”, ed è una nuova droga che, dopo aver mietuto diverse vittime all’estero, ha colpito per la prima volta anche in Italia. Come riportato da La Stampa, un 42enne torinese di nome Mario, sposato e padre di due figli di 12 e 10 anni, è stato ritrovato morto dai familiari in estate, stroncato dal pavimento di casa da una micidiale “smart drug” comprata su internet, talmente nuova e sconosciuta da non essere ancora illegale. Queste sostanze si possono ricevere in casa tranquillamente per via postale, in forma anonima e sicura. A non essere assolutamente sicura è la loro assunzione, visto che soltanto negli Stati Uniti la “Pink” è responsabile della morte di quasi 50 persone, delle quale solo 31 a New York. Il nome deriva da colore della sostanza, e ad incuriosire è la modalità di acquisto e di assunzione. Mario non è morto “al primo colpo”, la moglie Francesca si era già accorta che qualcosa non andava.

AL SERT NON SI ERANO ACCORTI DI NULLA

Tanto da aver filmato il marito mentre si addormentava a tavola, letteralmente mentre stava ancora parlando, a causa dell’assunzione della “Pink”. Al Sert però, dove la famiglia si era rivolta, non erano riusciti a capire cosa stesse accadendo. Francesco aveva consegnato loro i filmati, ma gli avevano risposto che Mario “evidentemente soffriva solo di attacchi di panico che probabilmente nascevano da problemi di coppia, risolvibili rapidamente con una buona psicoterapia» Non c’erano tracce di cocaina o eroina nel sangue dell’uomo, ma la droga chimica nel frattempo faceva il suo lavoro in silenzio. Mario riusciva a comprare in maniera anonima la droga pagando in Bitcoin, moneta virtuale che diventava poi denaro reale, depositato in una banca londinese. Rimane però inspiegabile l’atteggiamento del Servizio Tossicodipendenze, anche perché come spiegato dall’avvocato della famiglia, Silvia Grosso, “Mario aveva espressamente dichiarato di prendere “ogni tipo di droga”, anche sperimentale.”

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