I MiserAbili/ Al Carcano di Milano l’ultima replica: il volto di Dio e la “suprema felicità”

- Niccolò Magnani

I MiserAbili: al teatro Carcano di Milano il 31 ottobre 2017 va in scena l’ultima replica dello spettacolo di attori, disabili ed educatori. Il volto di Dio e la “suprema felicità”

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I MiserAbili: l'ultima replica al Teatro Carcano di Milano il 31 ottobre 2017

«La suprema felicità della vita è essere amati per quello che si è, o meglio, essere amati a dispetto di quello che si è» (Victor Hugo); come quando un artista si ritrova davanti alla sua opera appena compiuta, a volte guardare le cose dalla loro conclusione e compiutezza può aiutare a capirle meglio. Anzi, a viverle meglio: quanto avvenuto con la compagnia teatrale che dal 2015 porta in giro per l’Italia (e non solo) lo spettacolo dei MiserAbili è più meno questo stesso percorso e sta per concludersi con l’ultimo spettacolo il prossimo 31 ottobre 2017 al Teatro Carcano di Milano. “La suprema felicità” di cui parla Victor Hugo nel suo capolavoro “I Miserabili” potremmo assimilarla dai volti e dalle parole che questi attori (un mix di disabili, educatori e attori volontari) hanno saputo raccontare in questi due anni di spettacoli e tre anni complessivi di prove per poterli preparare. Nello spettacolo-musical tratto dal capolavoro francese viene messo in scena il racconto e le imprese di Jean Valjean, Javert, Fantine e tutti gli altri, da una compagnia teatrale molto particolare giunta alla sua terza fatica dopo “Le Avventure di Gianburrasca” e “La Divina Commedia”. L’essenza del teatro e l’essenza della vita: ok, non la banalità trita e ritrita di un’opera che “insegna” alla vita, ma la semplicità di riconoscere che la nostra intera esistenza non può essere “distaccata” da quanto nei Miserabili viene rappresentato. Una luce di redenzione che accompagna la miseria e l’estrema fragilità che ogni singolo essere umano è “costretto” ad ammettere se è leale e sincero con la propria realtà: come hanno fatto i tanti protagonisti che hanno partecipato a questo lavoro. 70 attori, le metà esatta con disabilità più disparate (fisica e psichica) di tre cooperative lombarde che operano nel mondo del sociale e della disabilità e che dal 2005 hanno intrapreso questa sfida unica nel suo genere: Anaconda di Varese, Solidarietà e Servizi di Busto Arsizio, Cura e Riabilitazione di Milano, E poi 3 anni di prove, 2 di spettacolo e più di 10mila spettatori.

Si chiude un’opera costata fatica e impreziosita dallo stupore del risultato: non solo quello finale, ma anche quello “quotidiano” di scoprire quanto il proprio limite possa non essere solo l’unica e ultima misura di sé. «Mi sono commossa nel raccontare una miseria, la nostra miseria, ci fa capire quanto abbiamo bisogno di qualcuno che ci ami per quello che siamo»: così la regista e ideatrice del progetto Luisa Oneto. I MiserAbili sono questo – e non pensate che sia un refuso quella A maiuscola, bensì quel piccolo e impercettibile “tratto” che caratterizza questo spettacolo dagli infiniti altri riadattamenti della storia di redenzione di Jean Valjean – con le scene sul palco che riproducono tutto quel lavoro silenzioso e invisibile durato mesi e anni appena dietro le quinte. Ogni personaggio di Hugo è rappresentato in scena da almeno due attori, un disabile e un educatore o attore professionista: la forza della compagnia teatrale è anche questa, non una banale “unione che fa la forza” ma la forza di un’unità insperata e inspiegabile. Anche per chi non ha recitato: «Ho pianto dall’inizio alla fine. Ho pianto e non riuscivo a dire niente. Perché qualsiasi parola non era sufficiente a spiegare quello che stavo vedendo. Oggi ho visto Dio. Ed era in loro e con loro. Ho visto una ragazza di vent’anni disabile di una bellezza infinita che provava a interpretare una donna che ama un uomo. Capisci? Ed era tanto bella che d’istinto ho detto: eccoTi! E Ti ringrazio. Perché ciò che vedo sei Tu»: a parlare è Davide, un fotografo di scena che dopo la prova generale di una delle ultime repliche de I MiserAbili è rimasto letteralmente in silenzio con le proprie lacrime. E un disabile che stava per entrare in scena gli si accosta: «Mi dice: “quando sei nato non avevi la barba e gli occhiali ma ora ce li hai. Anche io non sono nato così, mentre guardava la sedia a rotelle. Quando siamo nati tu non sapevi che avresti fatto il fotografo e io non sapevo che avrei fatto l’attore” e poi mi chiede “oh che cos’hai?” Perché? “Perché sembri strano” no no gli ho detto. Non sono strano ma improvvisamente ho capito tutto. E sono tanto felice. É per questo che piango».

Quella “suprema felicità” dell’inizio ritorna insaziabile e irriducibile, dal primo spettacolo all’ultimo, passando per la “miseria” di una vita salvata e continuamente desiderosa di voler essere salvata. Che poi significa semplicemente essere amata: «sono convinta che ogni creatura sia fatta per rendere testimonianza a Dio, perché ogni creatura è segno della sua bontà e la sua bellezza, il suo fascino, testimoniano la sapienza divina. Alcuni uomini, come Dante e lo stesso Hugo, ricevono da Dio una missione speciale: rendono testimonianza a Dio non solo dal punto di vista naturale, per il fatto che esistono, ma ancor più in modo spirituale, per le loro opere», spiega ancora la regista. Già, partire dal fondo, dall’ultimo chilometro della lunga maratona e farsela raccontare da chi ha assistito allo spettacolo (un po’ come farsi raccontare una festa di matrimonio dagli invitati, osservi dettagli che non avresti colto). Come Anna, la madre di un attore paraplegico: «Uno pensa di andare a vedere la solita “recita” fatta dai soliti ragazzi disabili, un po’ noiosa e anche un po’ scontata, invece…. Quando vede che il teatro piano piano si riempie, si spengono le luci ed entrano in scena “loro”, affiancati dai loro angeli mettendo in scena un capolavoro, si trova a vivere delle emozioni fortissime trovandosi spiazzato davanti ad uno spettacolo del genere. Solo allora si capisce l’impegno, la fatica e la grande professionalità di tutte le persone che hanno contribuito alla realizzazione di questo evento. Credetemi, tutti insieme graffiano il cuore».

Un graffio che colpisce, una vita che è cambiata per questa compagnia teatrale e che ora è pronta alla “gloria finale”, la stessa celebrata da Hugo al termine del suo capolavoro. Non un gloria di “successo”, ma una gloria umana, esaltata da una luce inattesa e forse non di questo mondo. Ne I Miserabili la disperazione e la fame diventano l’origine del riscatto, i luoghi nei quali il cuore dell’uomo realizza il viaggio verso la sua redenzione e l’esaltazione. Ne I MiserAbili quel “graffio” è come se fosse addirittura più incisivo della sua versione originale: a rappresentare questo viaggio sono infatti persone con disabilità, ferite nel corpo e nella mente, acuendo ed esaltando il risultato della gloria finale. Un padre di un altro ragazzo disabile impegnato nelle scene delle battaglie per la libertà di Parigi ne è certo: «dopo questo spettacolo adesso sono anche io salito sulla barricata e sto sventolando la Bandiera cantando, “ogni uomo sarà re”». Un viaggio a ritroso compiuto in queste righe che rappresenta un infinitesimo di quello avvenuto nella realtà di tutti i giorni di questa compagnia teatrale: una “suprema felicità” che non potrebbe definirsi altro se non nell’amore che ognuno vede gettarsi addosso da qualcuno fuori di sé. «Amare od aver amato, basta: non chiedete nulla, dopo. Non è possibile trovare altre perle nelle oscure pieghe della vita: amare è esser completi»: Hugo nei Miserabili ha osato tanto, esattamente come questi attori e compagni. Parafrasando ancora la regista, è «un’intera comunità che si è messa al servizio di un’opera che vede nella miseria una forza, un’occasione per innalzarsi verso una Bellezza vera». La bellezza salverà il mondo. O forse, a ben vedere, l’ha già salvato.



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