FRATELLI OCCHIONERO/ Francesca fuori dal carcere: “Cyberspionaggio? Macché, contro di noi qualcuno di potente”

- Dario D'Angelo

Fratelli Occhionero: Francesca è tornata in libertà da circa una settimana. Ecco la sua versione sulle accuse di cyberspionaggio: per la donna non c’è nulla di fondato.

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Francesca Maria Occhionero

IL CASO DEI FRATELLI OCCHIONERO

In carcere Giulio e Francesca Occhionero, sono entrati il 10 gennaio scorso: accusati di essere al vertice di una centrale di cyberspionaggio: venivano ritenuti in grado di violare i sistemi di migliaia di privati, imprese, istituzioni. Secondo l’accusa, la posta elettronica di personaggi del calibro di Matteo Renzi, Mario Draghi e Mario Monti era a portata di click. In carcere, però, Francesca Occhionero sostiene che non sarebbe mai dovuta entrare: si professa innocente, si autodefinisce “capro espiatorio”. Lo fa in un’intervista concessa a La Repubblica, nella quale anche adesso che è uscita dal carcere di Rebibbia spiega:”Non sono della Cia, sono un capro espiatorio, vittima di un equivoco. Non ho mai carpito dati a nessuno, sono incappata in questa storia perché qualcuno ha voluto così. Può darsi che la segnalazione su di noi sia arrivata da qualcuno molto potente“. Chi sia il potente di turno chiamato in causa, però, non è chiaro. Francesca Occhionero spiega la vicenda con un’apparente naturalezza:”Io e mio fratello lavoriamo insieme da tanti anni. Abbiamo la Westland, una banca di investimento all’ americana. Curavamo grandi investimenti e progetti. Dovevamo realizzare il porto di Taranto. Sull’ attività di mio fratello so questo, di virus non so nulla. Mi occupavo dell’ amministrazione, del personale e dei contenziosi. Abbiamo informazioni strategiche americane. Siamo una banca d’ investimento e avevamo dati sensibili delle compagnie con cui lavoravamo. Sui server ci sono anche informazioni su clienti italiani, ma sono riservate. Si tratta di dati di persone con cui lavoravamo: il personale, i progetti, le centrali rischi, le esposizioni bancarie, i casellari“.

L’OSTACOLO ALLE INDAGINI

Una delle accuse che sulla carta dovrebbero incastrare la signora Occhionero è quella secondo cui la donna avrebbe ostacolato le indagini da parte della Polizia Postale. Anche in questo caso, però, la sorella di Giulio fornisce una versione dei fatti diametralmente opposta:”Durante la prima perquisizione i poliziotti vollero l’accesso al pc di mia madre, ma lei ha 80 anni ed è andata in tilt quando ha visto la polizia armata che frugava in casa. Non ricordava la password. Io pensavo di ricordarla, ma mi sbagliavo e al terzo tentativo il computer si è bloccato. Poi siamo andati a casa mia. Volevano accedere dal mio computer e io ho spiegato di fare attenzione: il portatile è collegato a un dominio che sta negli Stati Uniti. Avevo paura di ripercussioni legali, quindi chiesi di parlare con un avvocato americano per sapere che rischi stavo correndo, ma mi dissero: “noi siamo la polizia e possiamo fare qualsiasi cosa”. Andai nel pallone e mentre ero alla scrivania sfilai la card del computer. Loro questo gesto lo interpretano come una mossa fatta per danneggiare i dati, ma non è così“. 

FRANCESCA E L’ESPERIENZA IN CARCERE

Nonostante Francesca Maria Occhionero da qualche giorno a questa parte debba osservare esclusivamente l’obbligo di firma, un’esperienza di otto mesi in carcere non si dimentica:”Surreale. Confrontandomi con altre detenute ho anche capito che le condizioni carcerarie di Rebibbia sono qualitativamente più alte rispetto ad altre carceri, ma per una persona che solitamente ha una vita normale è una sorta di lager. Sono stata sotto osservazione, le compagne di cella che ho avuto non erano state scelte a caso. Il tam tam di Rebibbia mi ha allertato su compagne di cella “sospette“. I secondini mi perquisivano e io non potevo assistere. Secondo me cercavano password, memorie e appunti. Ho trascorso 25 giorni in una cella d’ isolamento senza giornali o televisione. Poi sono stata trasferita al primo piano insieme a due rom e due romene e dopo quattro giorni mi hanno portato al “reparto cellulari”: sono stanzette con due persone. Io ero insieme a una brasiliana arrestata per traffico internazionale di stupefacenti. Si faceva i fatti miei, frugava tra le mie cose, gli atti del processo, la posta. Non potevo avere un computer. Le mie giornate trascorrevano facendo sport in un cortile di 80 passi: ho scritto un libro che è quasi concluso. All’ inizio non avevo nulla, neanche le scarpe. Per un mese sono stata solo con le ciabatte. Non avevo neppure un orologio.

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