LAVORO DI DOMENICA/ Distrugge l’uomo o nobilita la libertà? Un ‘problema’ di vocazione

- Niccolò Magnani

Lavoro di domenica: nobilita ed esalta la libertà dell’uomo o distrugge l’anima della festa e della famiglia? Un problema di vocazione e il dibattito nella società

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Lapresse

“Lavorare di domenica è una bestemmia, distrugge l’uomo e la famiglia”; “il lavoro alla domenica è una giusta evoluzione che nobilita la libertà dell’uomo”. Di per sé, sono due assunti e posizioni che da anni “riassumono” il livello dello scontro di chi ritiene che l’eccesso di lavoro, arrivato nei giorni nostri a non avere quasi più “regole” che funzionavano fino al tardo Novecento, non porti buone conseguenze e chi invece ritiene – nei limiti sostenibili umani – che la domenica è un giorno come un altro dove poter esercitare anche il diritto del lavoro. Il tema è stato di nuovo “riaperto” dall’ultimo intervento del presidente della Cei, card. Gualtiero Bassetti, che ha invitato tutti i cattolici a ripensare al dettame di Dio sul riposo domenicale come forma di memoria del riposo divino durante la creazione, «Senza la domenica non possiamo vivere», ha sottolineato il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, a conclusione della Settimana sociale dei cattolici italiani che si è tenuta a Cagliari, dedicata al tema del lavoro. «Senza riunirci in assemblea la domenica per celebrare l’Eucarestia, ci mancherebbero le forze per affrontare le difficoltà quotidiane e non soccombere. Ma della domenica ha aggiunto – ha bisogno anche la nostra società secolarizzata; ne ha bisogno la vita di ogni uomo, ne hanno bisogno le famiglie per ritrovare tempi e modalità per l’incontro, ne ha bisogno la qualità delle relazioni tra le persone», spiega il vescovo di Perugia, che aggiunge ancora «del lavoro che vogliamo la domenica è parte costitutiva: perché, se quando manca il lavoro del lunedì non è mai pienamente domenica, anche quando manca la domenica il lavoro non riesce a essere davvero degno per nessuno».

DIRITTO O DISTRUZIONE?

In merito alla “provocazione” di Bassetti il Giornale ha ospitato un dibattito acceso proprio la scorsa domenica con le due “fazioni” schierate e rappresentate da Stefano Zecchi e Carlo Lottieri. Il professore e filosofo spiega che si dovrebbe lavorare poco e bene: «Poco» non vuol dire lo stretto necessario, ma significa comprendere quanto il tempo di lavoro entri in sintonia con i nostri sentimenti, con la nostra visione della vita. Quando sento dire da qualcuno che «non ha tempo» perché deve lavorare, i casi sono due: o è costretto da un ritmo di produzione che gli viene imposto e deve subirlo per non essere licenziato, oppure, se non è così, chi fa quell’affermazione è stupido, perché non sente, non percepisce, non comprende una verità assolutamente elementare: la vita è qualcosa di più, di magnificamente più complessa del lavoro, anche del lavoro che si è scelto e che si ama». Sempre secondo Zecchi è pericoloso sia chi lavora perché obbligato e in qualche modo ricattato dal datore di lavoro, e sia chi (forse qui la stragrande maggioranza dei lavoratori) ha giustificazioni importanti per il proprio lavoro esasperato e con pochissimo tempo libero, come guadagnare per mantenere la famiglia o il proprio futuro. Gli risponde Lottieri che obietta subito: «Da parte di molti cattolici, insomma, si vuole riaffermare una gerarchia di valori: si ribadisce che vi sono dimensioni umane (familiari, affettive, relazionali) che vanno rispettate e non possono essere sacrificate. Tutto questo è molto giusto e al tempo stesso, però, non legittima il sostegno a normative che limitino la possibilità di lavorare e guadagnarsi onestamente da vivere». Lattieri sostiene che il problema non è la domenica lavorativa, visto che «si può benissimo essere vicini alle persone che si ama anche lavorando la domenica, così come si può non esserlo anche con un orario più tradizionale». La “tirata d’orecchie” arriva anche contro la Chiesa, visto che sempre Lottieri sostiene come «i pastori di anime devono certo preoccuparsi che gli uomini non subordinino ogni cosa alla loro professione e ai problemi materiali, ma questo non può giustificare alcuna coercizione di legge, la quale impedisca di svolgere un lavoro del tutto legittimo in qualsivoglia giorno e ora».

LA VOCAZIONE DEL LAVORO

Insomma, un diritto o una distruzione per l’uomo? Come sempre quando siamo di fronte ad uno scontro tra fazioni, qualcosa si “perde” inevitabilmente: quando infatti si vuole “sostenere” una tesi a costo della realtà di fronte si è certi che qualcosa si lascerà per strada e si perderà la capacità fondamentale che la nostra mente e la nostra anima ci permette, la mediazione. Non è un concetto stupido o “inutile” ma la possibilità che ognuno ha di poter giudicare la propria vita e il proprio lavoro senza lasciare nulla fuori e provando a confrontarsi con i problemi e i drammi che anche le fatiche del lavoro ci portano a vivere; da un lato è vero infatti che il lavoro non esiste per schiacciare l’uomo ma per esaltarlo, per accompagnare e non occupare l’intera esistenza umana; di contro, è vero che “irrigidirsi” sull’assoluta necessità di non lavorare un giorno della settimana, seppur importante come quello della domenica, non aiuta a comprendere il punto della questione. Quale? Si ricordi l’osservazione di Giovanni Paolo II nella Laborem exercens: «è il lavoro per l’uomo e non l’uomo per il lavoro», con il conseguente invito a pensare il termini di «ecologia sociale del lavoro». Il tempo della festa, per le famiglie e per i singoli individui, è importante e necessario: questo però non toglie che si può effettivamente lavorare benissimo la domenica o con turni molto disparati durante la settimana e vivere lo stesso la bellezza di un lavoro che nobilita per davvero l’uomo.

In questo senso, «vanno ripensate le politiche del lavoro vuol dire renderle coerenti con gli obiettivi del rispetto della dignità dell’uomo che lavora, della competitività delle imprese e della inclusione sociale. Proprio per questo c’è bisogno di nuove idee e i vecchi armamentari ideologici non ci aiutano più», come scrive Claudio Gentili, Direttore della Rivista di studi e ricerche sulla dottrina sociale della Chiesa, “La Società”. Il lavoro nella Bibbia è fatica ma prima di tutto cooperazione al disegno creativo di Dio: come ha sintetizzato Hannah Arendt, «il lavoro è sia job che work, esso è fatica ripetitiva oppure creazione intelligente. Attraverso la fatica del lavoro si ama la vita ma il sudore della fronte non esaurisce il senso del lavoro». La “risposta” perfetta non esiste e forse, come ogni volta, è solo una riscoperta personale di cosa è lavoro per sè. di cosa è fatica e di cosa è realmente “segno” di libertà e respiro nella propria vita, che può realmente aiutare a scardinare la “lotta” tra fazioni anche all’interno nel nodo-lavoro. La Dottrina Sociale della Chiesa ci insegna che il lavoro è vocazione, risposta alla chiamata di Dio a trasformare la terra, a servire la vita: vocazione è riscoprire la propria libertà, il proprio respiro di fronte alla vita. Guardare a dove realmente siamo aiutati ad essere uomini più seri e più liberi, dove respiriamo e non soffochiamo, può essere l’unico “consiglio” da dare, perché l’unico criterio che “regge” alle sfide e i drammi della vita, anche quella lavorativa.

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