SPILLO/ Berlusconi, l’assegno a Veronica e il “senso del ridicolo” all’italiana

- Sergio Luciano

La sentenza che ha annullato l’assegno mensile che Berlusconi ha dovuto versare a Veronica Lario ha un comun denominatore con altre vicende italiche. SERGIO LUCIANO

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Silvio Berlusconi chiede riabilitazione (Foto: LaPresse)

Che c’entra il battibecco da comari di Windsor tra la Banca d’Italia e la Consob in Parlamento sulle crisi bancarie con la sentenza d’Appello che ha annullato l’assegno mensile da 1,4 milioni di euro che Silvio Berlusconi ha dovuto versare finora alla moglie Veronica Lario? E che c’entra questa sentenza con l’arresto del deputato regionale siciliano Cateno De Luca all’indomani del voto? E con i congiuntivi di Di Maio, cosa c’entrano tutte queste cose?

C’entrano, c’entrano. O almeno: il comun denominatore, per chi ha la sensibilità di rilevarlo, si chiama “senso del ridicolo”. Quel ridicolo del quale vuole ammantare l’immagine dell’Italia chi, in giro per il mondo, non ci ama o, peggio, ci teme. Quel ridicolo di cui siamo bravissimi a produrre dosi industriali. Silvio Berlusconi ne è stato tra i principali produttori in proprio per vent’anni, eppure stavolta, in questo rigurgito, non c’entra direttamente: anche se nell’episodio di ieri c’è l’onda lunga delle sue gesta, un’onda che ancora genera flussi e riflussi.

Ce la ricordiamo tutti la lettera aperta di Veronica Lario agli amici di lui, mandata a Repubblica, il giornale nemico; con dentro quell’appello (“è malato di sesso, aiutatelo”, significava in sostanza). Era un dramma, ma c’era dentro una pochade, nel dramma, come quel geniaccio sulfureo e popolano di Vittorio Feltri stigmatizzò con un titolo che neanche la parodia di Crozza oggi avrebbe immaginato: “Veronica velina ingrata”, con le foto di lei nuda in scena, all’epoca in cui era la ninfa allieva di Enrico Maria Salerno e fece innamorare di sé il padrone del teatro, Silvio.

Ma stavolta la realtà supera l’immaginazione, perché lo stesso “foro” giudiziario, su una causa fatta tutta di documenti (“tabulas”) passa in tre anni da una condanna ultra-super-esemplare (in principio 3 milioni al mese, poi dimezzati a 1,4) a zero alimenti. Tacciano i giuristi, figuriamoci se non avranno argomenti per spiegare il ripensamento: ma è il ripensamento in sé che fa ridere, perché fa capire che nella ex “culla del diritto” siamo alla gogna, alla burla del diritto. O è burla la sentenza di ieri, o era burla quella di primo grado.

E risuonano ancora le ironie suscitate nel mondo dalle battute di spirito del Berlusconi governante, dalle tirate contro Martin Schulz alla telefonata interminabile mentre la Merkel l’attendeva impaziente, e l’apostrofe di “abbronzato” rivolta a Obama neoeletto.

E a sinistra? Non c’è forse del ridicolo – almeno per i cultori della materia – nel balletto interno all’ex Pd, tra i bersaniani, Pisapia, i renziani, una maionese impazzita che dà solo spettacolo di disunione? E poi sì, c’è del ridicolo anche nello scaricabarile tra Bankitalia e Consob davanti al Parlamento sulle colpe della disattenzione che ha reso possibili i crac bancari, in un Paese serio avrebbero lavorato di concerto, e avrebbero oggi saputo cosa dire, di comune accordo, agli inquirenti. Ed è ridicola – per quanto all’estero non abbiano né le informazioni, né la curiosità per capirlo – la stessa istituzione di una Commissione parlamentare che per indagare ha solo quattro settimane da oggi e si sa già che non giungerà a nessuna conclusione, salvo aver sciorinato in pubblico quel che politicamente si deciderà di voler far sapere.

Ma come si fa a rimanere seri di fronte a un tipo che il web immortala mezzo nudo sugli scranni del Parlamento siciliano, Cateno De Luca – anche il nome di battesimo sembra uscito da una commedia all’italiana, ma questo non è ridicolo – e che dopo essere stato messo in lista nonostante le polemiche sugli impresentabili, viene portato in carcere all’indomani dell’elezione? E Giggetto Di Maio, candidato premier, non è una battuta di spirito ambulante? Che prima sfida Renzi al confronto diretto e poi evapora, adducendo a giustificazione la deduzione del tutto arbitraria che la sconfitta elettorale del Pd in Sicilia escluda la possibilità che l’attuale segretario sia anche candidato premier. Senza contare che la legge elettorale con cui si voterà non prevede la figura del candidato premier.

Fa tutto ridere, per non dire che fa piangere. E sempre più spesso, per gli amanti del genere, le imitazioni di Crozza sembrano ridicole quanto, ma non più, della realtà cui si ispirano. Quando le istituzioni fanno ridere, che prospettive possono coltivare i cittadini?

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