LETTERA/ Chi procura l’aborto agisce come la mafia, lo dice anche la Chiesa

- Roberto Colombo

Suscitano ancora polemiche le parole del sacerdote bolognese che ha paragonato Totò Riina a Emma Bonino, entrambi ugualmente “colpevoli” a pieno titolo. Lettera di ROBERTO COLOMBO

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LaPresse

Carissimo direttore,
l’interrogativo di un sacerdote bolognese, Francesco Pieri, da lui diffuso attraverso Facebook nei giorni scorsi — “Ha più morti sulla coscienza Totò Riina o Emma Bonino?” — ha suscitato scalpore e reazioni oltremodo verbalmente sopra le righe, non solo da parte di chi è stata direttamente citata (di cui è comprensibile l’irritazione), ma altresì da commentatori, anche su mass media cartacei e on-line di ispirazione cristiana. Per quanto l’esternazione di don Pieri possa essere suscettibile di alcune critiche quanto alla modalità espressiva e comunicativa, alla opportunità nella circostanza della morte di Riina e del dibattito politico pre-elettorale in corso nel nostro Paese che vede coinvolta l’onorevole menzionata, ed alla inappropriata sinteticità dell’affermazione, che non ha consentito di mettere in luce la ragione e la documentazione di quanto asserito, essa si appoggia rocciosamente su un insegnamento costante della Chiesa, dalle origini sino a papa Francesco, che — come ebbe a dire il beato Paolo VI — “non è mai mutato ed è immutabile” (discorso del 9 dicembre 1972).      

L’equiparazione morale dell’aborto ad un delitto gravissimo è dottrina costante della Chiesa sin dai primi secoli del cristianesimo. Basti qui citare alcuni esempi. La Didaché (I-II secolo) equipara l’aborto ad una uccisione (“Non ucciderai con l’aborto il frutto del grembo”; V, 2), Atenagora (II secolo) condanna chi uccide i bambini, anche quelli non ancora nati (cfr. Legatio pro Christianis, 35), e Tertulliano (ca. 155-230) afferma che “è un omicidio anticipato impedire di nascere” (Apologeticum, IX, 8). Come ricorda la Dichiarazione sull’aborto procurato (1974) della Congregazione per la dottrina della fede, “nel corso della storia, i Padri della Chiesa, i suoi pastori e dottori hanno insegnato la medesima dottrina, senza che le diverse opinioni circa il momento dell’infusione dell’anima spirituale abbiano introdotto dubbi sulla illegittimità dell’aborto” (n. 7). Il primo Concilio di Magonza (847) conferma le pene stabilite dai concili precedenti contro l’aborto e il Decreto di Graziano (XII secolo) cita questa parole di papa Stefano V: “E’ omicida colui che fa perire mediante l’aborto ciò che era stato concepito” (II, can. 20, q. 5). San Tommaso insegna che l’aborto è un peccato grave contrario alla legge naturale (In IV Sententiarum, dist. 31, t. exp.). Nel Rinascimento, papa Sisto V condanna l’aborto con grande severità (Cost. Effraenatum, 1588) e, un secolo dopo, papa Innocenzo XI richiama alcuni canonisti che volevano scusare l’aborto procurato in alcune circostanze.

In tempi più recenti, papa Pio XI riprende questo insegnamento nell’enciclica Casti connubii (1930) e Pio XII ha escluso categoricamente ogni aborto diretto (tra i suoi numerosi interventi, si può ricordare quello 12 novembre 1944: “E’ illecito ogni atto tendente direttamente a distruggerla [la vita umana prima della nascita]”). San Giovanni XXIII ha richiamato l’insegnamento dei Padri sul carattere sacro e inviolabile della vita umana già presente nel grembo materno (cfr. Enciclica Mater et magistra, 1961) e lo stesso Concilio Vaticano II ha condannato con molta severità l’aborto, definendolo “abominevole delitto”: “La vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura: l’aborto o l’infanticidio sono abominevoli delitti” (Gaudium et spes, n. 51). Il beato Paolo VI, a più riprese, ha confermato questo insegnamento, ritenendolo irreformabile (discorso del 9 dicembre 1972). Nel 1974, la Congregazione per la dottrina della fede ribadiva — con l’approvazione di papa Paolo VI — che la Chiesa “non può tacere su tale argomento” (n. 1) perché “il delitto è divenuto troppo frequente” e “i pubblici poteri trovano spesso più prudente chiudere gli occhi” (n. 19).

San Giovanni Paolo II, nell’enciclica Evangelium vitae (1995), dopo aver ricordato le parole del Concilio sull’aborto come uno degli “abominevoli delitti” che l’uomo compie, ha solennemente affermato: “Con l’autorità che Cristo ha conferito a Pietro e ai suoi Successori, in comunione con i Vescovi […] dichiaro che l’aborto diretto, cioè voluto come fine o come mezzo, costituisce sempre un disordine morale grave, in quanto uccisione deliberata di un essere umano innocente. Tale dottrina è fondata sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta, è trasmessa dalla Tradizione della Chiesa ed insegnata dal Magistero ordinario e universale. Nessuna circostanza, nessuna finalità, nessuna legge al mondo potrà mai rendere lecito un atto che è intrinsecamente illecito, perché contrario alla Legge di Dio, scritta nel cuore di ogni uomo, riconoscibile dalla ragione stessa, e proclamata dalla Chiesa” (n. 62).

Benedetto XVI è tornato, a più riprese, sul tema dell’aborto, che “non può essere un diritto umano” (7 settembre 2007) e rimane sempre “una grave ingiustizia” (5 aprile 2008). “A trent’anni da quando in Italia venne legalizzato l’aborto” — disse Benedetto XVI — “come conseguenza ne è derivato un minor rispetto per la stessa persona umana, valore questo che sta alla base di ogni civile convivenza, al di là della fede che si professa” (12 maggio 2008).

Non meno severo nei confronti dell’aborto è il magistero di papa Francesco. Oltre ai suoi ripetuti, forti richiami di quando era arcivescovo di Buenos Aires, l’attuale Santo Padre ci ha ricordato che “ogni bambino non nato, ma condannato ingiustamente ad essere abortito, ha il volto di Gesù Cristo, ha il volto del Signore, che prima ancora di nascere, e poi appena nato ha sperimentato il rifiuto del mondo […]. Il primo diritto di una persona è la sua vita”. La vita “è sempre, in tutte le sue fasi e ad ogni età, sacra ed è sempre di qualità”. E non per un “discorso di fede — no, no — ma di ragione, per un discorso di scienza” (20 settembre 2013). Nella conferenza stampa durante il volo di ritorno dal Messico (17 febbraio 2016) — sviluppando il concetto di aborto come “condanna a morte” di qualcuno (tipica dei “rituali” mafiosi) accennato nel citato discorso del 2013 — papa Francesco afferma: “L’aborto non è un ‘male minore’. E’ un crimine. E’ fare fuori uno per salvare un altro. E’ quello che fa la mafia. E’ un crimine, è un male assoluto. […] E’ un male in sé stesso, ma non è un male religioso, all’inizio, no, è un male umano. Ed evidentemente, siccome è un male umano — come ogni uccisione — è condannato” anche dalla Chiesa.

Un paragone, quello tra l’uccisione deliberata di uomini, donne e bambini innocenti (perpetrata nei conflitti armati e dalle mafie) e l’uccisione intenzionale di esseri umani innocenti prima della loro nascita, che potrà suonare sgradito e provocatorio a numerosi orecchi, ma è tutt’altro che estraneo alla roccia del magistero della Chiesa di sempre e di oggi.

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