RIGOPIANO/ Se l’inchiesta diventa solo una vendetta mediatica

- Fabio Capolla

23 indagati per la tragedia di Rigopiano, che nel gennaio 2017 causò 29 morti. L’inchiesta della procura di Pescara è sacrosanta ma comporta un rischio. FABIO CAPOLLA

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Hotel Rigopiano, la tragedia della valanga (LaPresse)

La tragedia di Rigopiano provoca una nuova valanga. Questa volta dal sapore giudiziario. Il procuratore capo del tribunale di Pescara, Massimiliano Serpi, e il sostituto Andrea Papalia hanno messo sotto indagine tutte le figure istituzionali che hanno avuto a che fare prima, durante, e forse dopo con la questione dell’albergo resort che si trovava nell’entroterra abruzzese. Indagati sono rappresentanti della Regione, del Comune, della Provincia di Pescara, senza escludere il Prefetto di allora e il titolare dell’albergo di Rigopiano. Le accuse sono tante e vanno dal disastro colposo e omicidio colposo all’abuso d’ufficio, al disastro colposo e diversi altri reati ipotizzati.

Un precedente che potrebbe far raddrizzare le antenne a tanti amministratori che per mille motivi, in tutta Italia, non prestano particolare attenzione alle situazioni a rischio. Colpe degli indagati sarebbero quelle di non aver redatto la carta di localizzazione dei pericoli di valanga e di conseguenza non avere stanziato i fondi necessari per la prevenzione. Per gli inquirenti se la carta delle valanghe fosse stata realizzata “avrebbe di necessità individuato nella località di Rigopiano in Comune di Farindola un sito esposto a tale pericolo (sia per obiettive evidenti ragioni morfologiche, sia per note vicende storiche)”.

In assenza della carta delle valanghe il sindaco di Farindola non aveva di fatto l’obbligo di segnalare la struttura al Comitato tecnico regionale per lo studio di neve e valanghe, che avrebbe potuto prescrivere l’immediata sospensione dell’utilizzo dell’albergo in inverno in assenza delle misure di sicurezza. Ma il sindaco di Farindola e i suoi predecessori sono indagati lo stesso. Colpevoli nella redazione dei piani regolatori di non aver segnalato che il territorio fu qualificato in un grado di pericolo che va dal marcato al forte. Ci furono richiami alla necessità di controlli sulla sicurezza ma nel piano di emergenza comunale approvato con delibera di Consiglio comunale nel 2008 “era del tutto assente — hanno scritto i magistrati — la trattazione e valutazione del rischio valanghe e del rischio neve-ghiaccio che non vennero inseriti neppure nei successivi aggiornamenti”. Situazione similare con il Piano regolatore del 2011 che prevedeva opere mai realizzate sulla sicurezza nella zona di Rigopiano.

Da qui una lunga analisi, effettuata nel corso delle indagini su permessi rilasciati per la costruzione e l’ampliamento della struttura ricettiva. Ma, come avevamo scritto mesi fa dopo la tragedia di Rigopiano, da centinaia di anni non si verificava una slavina di tali dimensioni. Nei secoli scorsi in quella zona insisteva un convento e gli alberi sradicati sono testimoni del tempo che è passato senza problemi. 

Ciò, logicamente, non giustifica la mancanza di controlli e prevenzione in difesa della sicurezza, ma anche il destino ci ha messo del suo. Certamente lo scorso 15 gennaio quando il sindaco, sulla base delle previsioni meteo, dispose la chiusura delle scuole poteva pensare anche a far chiudere l’albergo per alcuni giorni, anche in considerazione della mancanza di mezzi spazzaneve in grado di liberare le strade.

Insomma gli indizi di rischio erano tanti, le attenzioni superficiali, gli interventi concreti nulli. Giusta quindi l’inchiesta, giusto individuare presunti colpevoli, anche di fronte a familiari delle vittime e superstiti che chiedono a gran voce giustizia. Il dolore di chi ha sofferto e di chi ha perso parenti e amici è sicuramente tanto ma l’inchiesta non dovrà assumere i tratti di una vendetta mediatica e giudiziaria per tranquillizzare gli assetati di giustizia. Questa inchiesta deve essere invece di monito a tante istituzioni, prefetti, sindaci, parlamentari, che sono a conoscenza di situazioni critiche di edifici scolastici, di ospedali, di pubblici uffici dove la tragedia di Rigopiano, in vesti diverse, potrebbe ripetersi. Questa inchiesta deve essere di monito a chi può e deve intervenire per stanziare fondi, garantire appalti leciti e lavori celeri per evitare che ci siano altre stragi, altre morti. Morti come quella di Guido Conti, ex generale dei Carabinieri Forestali. Era stato a Rigopiano durante i soccorsi, le malelingue lo volevano tra gli indagati, ma ieri il suo nome non c’era. Ha sempre lavorato con rettitudine, come detto da molti, forse avrebbe potuto fare di più, se il sistema dei controlli e della sicurezza fosse più dinamico. A Rigopiano come in tutto il resto d’Italia.

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