SUICIDIO ASSISTITO/ Malato psichiatrico va a morire in Svizzera: il giudice, “lo Stato non può fermarlo”

- Niccolò Magnani

Suicidio assistito: un malato psichiatrico va a morire in Svizzera, il pm chiede l’interdizione ma il Giudice Tutelare la nega, “lo Stato non può fermarlo“. Il caso e i dubbi suscitati

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Ospedale (Pixabay)

Un caso spinoso, assai complesso e che farà certamente discutere: probabilmente farà anche “giurisprudenza”, creando un precedente che alcuni già definiscono “pericoloso”. Il fatto: un malato psichiatrico sceglie il suicidio assistito in Svizzera (da noi è vietato per legge) facendo lo stesso percorso che già in tanti in questi anno hanno svolto, da Dj Fabo fino al più recente Loris Bertocco. Il pm aveva chiesto per lui l’amministrazione di sostegno e di fatto l’interdizione a compiere una scelta del genere, ma il Giudice Tutelare ha dato ragione al 32enne malato psichiatrico che questa estate, nel silenzio più totale, si è recato in Svizzera e ha completato il drammatico, anzi tragico, ultimo passo verso la morte. Il 32enne ha passato metà della sua vita isolato dal mondo proprio per la sua impossibilità di riuscire a relazionarsi con alcuno e ha chiesto così di darsi la morte: la Procura di Milano nella sezione Affari Civili aveva chiesto al giudice tutelare di nominare un amministratore di sostegno che potesse affiancare – una volta che era già stato stabilito che mancavano i presupposti giuridici per farlo interdire – il ragazzo e magari farlo desistere dal progetto di suicidio, sostenendolo in un rapporto personale. Tutto questo, rivela il Corriere della Sera nel suo lungo articolo in cui dà notizia dello strano caso di Milano, avviene anche perché la sorella dell’uomo morto in Svizzera, anche lei psichiatrica, anni fa si era lanciata dalla finestra, ma, senza riuscire a morire, era rimasta tetraplegica. La giudice tutelare Paola Corbetta ha respinto la richiesta del pm Luisa Baima Bollone, ritenendo «non ci fossero né condizioni né utilità di nominargli un «amministratore di sostegno»: sia per la piena capacità di intendere e volere attestata dagli psichiatri, sia per l’assenza di futuri miglioramenti producibili dalle terapie già accettate e in corso», riportano i colleghi del Corriere.

LO STATO CONCEDE IL “DIRITTO AL SUICIDIO”?

A rivelarlo è stato oggi il Corriere della Sera che pone a nostro parere giustamente il quesito giusto all’inizio dell’articolo: «Ha titolo lo Stato, attraverso i suoi magistrati, per provare a fermare chi, affetto da una malattia psichiatrica cronica che gli rende intollerabile sofferenza la vita, stia per attivare una procedura di suicidio assistito in Svizzera con lucida e accertata consapevolezza?». Al netto della propensione dei media italiane a concedere “piena ragione” a chiunque ponga la questione dei diritti civili come battaglia pubblica, il quesito di cui sopra pone il punto esatto della questione: cosa permette di interdire una persona malata a livello psichiatrico nello scegliere un punto così enorme? E sopratutto, concedendoglielo, non si rischia di dare così via libera al “diritto al suicidio” di cui già molto si parla e polemizza in Italia, spesso facendo confusione tra la legge sul testamento biologico, il suicidio assistito e addirittura l’eutanasia? In questo caso, il giudice ha scelto pare non tanto per una generale «affermazione di un diritto al suicidio, e tantomeno un’autorizzazione del Tribunale, ma — in un singolo e specifico caso — la presa d’atto di una autodeterminazione in mancanza delle condizioni giuridiche per comprimerlo».

Per come viene spiegato dal Corriere, pare che addirittura il 32enne profondamente irritato per questa procedura – ovvero concessione non per convinta ragione ma solo per la mancanza di legislazione adeguata – abbia deciso di anticipare l’ultimo viaggio in Svizzera nella clinica della “dolce morte”. In un recente incontro in Statale a Milano, il caso è stato esposto per un confronto tra il giurista Luciano Eusebi e i medici Alfredo Anzani e Mario Riccio. Come è stato spiegato in quell’occasione pubblica, «il vero macigno della malattia, da cui si sentiva schiacciato, era una «condizione psicopatologica di alienazione e grave ritiro sociale». L’assoluta incapacità di avere relazioni con il mondo e, a causa di essa, «la profonda sofferenza» che ne martoriava l’intimo in ogni attimo nel quale «gli impediva di compiere anche gli atti quotidiani» e rendeva «necessaria una assistenza continua». Purtroppo gli interrogativi dell’inizio rimangono, con una legge e una legislazione che vede nella propria mancanza di completezza un possibile rischio come quello accaduto con il povero 32enne: ma non è il solo punto, visto che nessuno pare aver sollevato un altro tema, meno “pol.corr.” e meno “spendibile” a livello pubblico. Chi davvero faceva compagnia a quell’uomo? Garantire una libertà e una possibilità a tutti i malati e disabili di poter essere assistiti e accompagnati in tutte le fasi complesse e drammatiche della propria vita, forse, avrebbe evitato il motivo scatenante la decisione di andare in Svizzera: l’estrema solitudine tra una scienza e uno Stato incapaci di rispondere a quell’esigenza di felicità che tutti, anche i malati psichiatrici, desiderano e anelano.

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