INCENDIO IN CARCERE A TORINO/ Gravi due detenuti al minorile Ferrante Aporti

- Fabio Belli

Incendio in carcere, gravi due detenuti al minorile di Torino. Al Ferrante Aporti fiamme partite da un materasso, la denuncia dei sindacati di polizia sulle condizioni nell’istituto

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Immagine di repertorio (Pixabay)

Tragedia al carcere Ferrante Aporti di Torino, istituto di detenzione minorile in cui è scoppiato un incendio in cui sono rimasti gravemente ustionati due giovani detenuti tunisini e un russo. Sarebbero stati alcuni dei detenuti ad appiccare il fuoco, che sarebbe partito da un materasso. Le condizioni di uno dei ragazzi tunisini e del russo sarebbero particolarmente gravi, mentre l’altro ragazzo tunisino, pur essendo rimasto anch’egli ustionato, non desterebbe particolari preoccupazioni e non è comunque in pericolo di vista come gli altri due. Leo Beneducci, segretario generale del sindacato di polizia penitenziaria Osapp, ha denunciato come la tensione all’interno del carcere fosse molto alta già da diverso tempo. “Questo episodio denuncia lo stato degli istituti minorili trasformatisi in una fucina di criticità, con aggressioni al personale, risse e incendi. Parlare di sorveglianza con numeri così risicati è un’offesa al lavoratori che non possono usufruire delle ferie né dei turni di servizi. E’ un’offesa ai lavoratori indegna di un paese civile.”

L’ALLARME DEL SINDACATO

Dichiarazioni pesanti che arrivano però dopo quello che è stato solo l’ultimo episodio di una sfilza di tensioni ed episodi di violenza all’interno del Ferrante Aporti. E il sindacato Fns Cisl Piemonte, con un comunicato, esprime toni estremamente preoccupati: “Al Ferrante Aporti di Torino ormai è un massacro: ogni fine settimana l’interno del carcere sembra un campo di battaglia con feriti e contusi. Qualche settimana fa abbiamo denunciato l’aggressione di un collega con un oggetto contundente e una prognosi di 20 giorni, mentre domenica 12 novembre un altro agente ha ricevuto una gomitata in pieno volto e dovrà assentarsi anche lui dal lavoro per almeno venti giorni, sempre a seguito di un’aggressione e sempre da parte di un detenuto maggiorenne di nazionalità egiziana, che come al solito pretendeva di non rientrare più in cella dopo aver effettuato le attività. Tutto questo senza che da Roma, nonostante i nostri solleciti, siano stati inviati un direttore e un comandante in pianta stabile “. 

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