PAPA FRANCESCO/ “Rohingya, da oggi Dio si chiama anche così: vi chiedo perdono”. Ma l’interprete lo censura

- Niccolò Magnani

Papa Francesco in Bangladesh: “da oggi Dio si chiama anche Rohingya. Vi chiedo perdono per il male che vi è stato fatto”. Poi il traduttore lo censura e non traduce la “parola proibita”

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Il papa incontra alcuni profughi rohingya, foto LaPresse

Diverrà probabilmente il simbolo di questo lungo e importante viaggio di Papa Francesco in Myanmar e Bangladesh: non solo ha incontrato il popolo musulmano perseguitato dei Rohingya, non solo li ha nominato – mentre in Myanmar gli era in qualche modo stato “vietato” dalle condizioni politiche e ideologiche della ex Birmania, ma li ha abbracciati idealmente ad uno a uno, fisicamente tutti i rappresentanti presenti all’incontro a Dacca. E ha chiesto loro perdono: un perdono completo, sincero, in cui il rappresentate di Cristo in Terra si fa carico assieme a tutta la Chiesa del male fatto – passato, presente e futuro – dal mondo e pone il proprio abbraccio misericordioso e richiedente perdono. 16 membri dell’etnia cacciata dal Myanmar hanno trovato rifugio, sono stati abbracciati e hanno scambiato qualche momento con Papa Francesco, che ha pregato con loro e in un colpo solo si è “disfatto” della coltre di ipocrisia legata a questa piccola etnia perseguita in terra asiatica.

IL DISCORSO DI BERGOGLIO

Stando a quanto riportato dall’inviato dell’Avvenire, il discorso tenuto completamente a braccio dal Papa ai rappresentati dei Rohingya è stato breve ma carico di un significato densissimo. Eccolo: «Noi tutti vi siamo vicini. È poco quello che possiamo fare perché la vostra tragedia è molto dura e grande, ma vi diamo spazio nel cuore. A nome di tutti quelli che vi hanno perseguitato, che vi hanno fatto del male, chiedo perdono. Tanti di voi mi avete detto del cuore grande del Bangladesh che vi ha accolto. Mi appello al vostro cuore grande perché sia capace di accordarci il perdono che chiediamo. Nella tradizione giudaico-cristiana Dio ha creato l’uomo a Sua immagine e somiglianza. Tutti noi siamo questa immagine. Anche questi fratelli e sorelle sono l’immagine del Dio vivente». Per il Papa, la tradizione dei Rohingya dice che Dio ha preso dell’acqua e vi ha versato del sale, l’anima degli uomini: «Noi tutti portiamo il sale di Dio dentro. Anche questi fratelli e sorelle. Facciamo vedere al mondo cosa fa l’egoismo con l’immagine di Dio. Continuiamo a stare vicino a loro perché siano riconosciuti i loro diritti. Non chiudiamo il cuore, non guardiamo da un’altra parte. La presenza di Dio oggi si chiama anche Rohingya. Ognuno ha la sua risposta».

IL GIALLO DEL TRADUTTORE

Come riportato invece i vaticanisti inviati al seguito del Pontefice in Bangladesh, esiste un “caso-traduttore” che si è tenuto subito dopo il discorso a braccio fatto da Bergoglio, ovviamente attorno alla parola “proibita” Rohingya. Alcuni infatti dicevano di averla sentita dire da Francesco, altri invece no e nel giro di poco tempo si è capito l’arcano: il traduttore in inglese che stava riportando passo dopo passo, parola dopo parola del Papa, ha “dimenticato” proprio di riportare la parola “Rohingya” (ogni riferimento a volontà dolose del suddetto interprete è ovviamente quantomai sospetto). Quando il Papa ha detto «la presenza di Dio oggi si chiama anche Rohingya» ha tradotto invece «oggi si chiama anche così». Un piccolo dettaglio che fa tutta la differenza del caso, ovviamente, tanto che la Sala Stampa Vaticana ha subito riaffermato la verità: «Francesco ha pronunciato la parola Rohingya».

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