CAOS GERUSALEMME/ Nel grido e nel pugnale di Yassin la sconfitta dei potenti

- Mara Maldo

Aumenta la tensione in MO. Netanyahu ha ribadito a Parigi che Gerusalemme è la capitale di Israele. Ieri intanto una guardia israeliana è stata accoltellata da una palestinese. MARA MALDO

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Nella Striscia di Gaza (LaPresse)

Alla stazione centrale degli autobus di Gerusalemme una guardia di sicurezza israeliana è stata accoltellata da un palestinese, poi catturato. Subito fuggito, è stato infatti bloccato da un passante e da un agente di polizia. Yassin Abu al-Qara, 24 anni, di un villaggio nei pressi di Nablus ha scritto, prima dell’attentato, sulla sua pagina Facebook: “Venga pure versato il nostro sangue. Il suo valore è ben poca cosa se è versato per la nostra patria, per Gerusalemme, per la moschea al-Aqsa”. 

La reazione del ministro della Sicurezza israeliano Gilad Erdan è addossare la responsabilità dell’attacco “all’incitamento da parte dell’Autorità nazionale palestinese”. E infatti le conseguenze più gravi della decisione americana di procedere con il riconoscimento di Gerusalemme quale capitale di Israele appaiono quelle politiche, che coinvolgono ormai non solo le fazioni estremiste del modo islamico. 

Il presidente palestinese Abu Mazen è partito “improvvisamente” per il Cairo dopo la telefonata avuta con il suo omologo egiziano Al Sisi. Lo riporta l’agenzia Maan aggiungendo che la partenza è legata ad un vertice a tre da tenersi nelle prossime ore nella capitale egiziana. Secondo l’agenzia Quds net, il terzo partecipante al vertice sarebbe re Abdullah di Giordania. I ministri degli Esteri della Lega araba riuniti al Cairo hanno invitato l’amministrazione statunitense a invertire la decisione di spostare l’ambasciata Usa da Tel Aviv alla città santa. “Non vi è alcun effetto legale di questa decisione che mina gli sforzi per raggiungere la pace, aumenta la tensione, alimenta la rabbia e spinge la regione verso ulteriori violenze, caos e instabilità”, si legge in una dichiarazione diffusa al termine della riunione straordinaria della Lega araba tenuta ieri al Cairo. 

Il ministro degli Esteri libanese, Gebran Bassil, ha chiesto di prendere in considerazione l’ipotesi di imporre sanzioni a Washington per costringerla a cambiare la sua decisione. Parlando in una conferenza stampa presso l’ambasciata palestinese al Cairo, il ministro degli Esteri palestinese, Riyad al Maliki, ha detto che “tutte le ipotesi sono aperte per decidere come affrontare questa decisione degli Stati Uniti”. Al Maliki ha detto che intende portare il dossier “all’attenzione dei più alti livelli legali, politici e diplomatici; gli Stati Uniti si sono trasformati da mediatori in nemici e questo gli impedisce di giocare qualsiasi ruolo nei negoziati di pace”. 

Ma non mancano voci controcorrente. Il presidente della Repubblica ceca, Milos Zeman, ha accusato l’Ue di essere “codarda” nel conflitto israelo-palestinese, considerando che la diplomazia comunitaria ha preso parte, guidata dalla paura, a favore di terroristi palestinesi “convinti”. “L’Unione codarda sta facendo tutto il possibile affinché il movimento terrorista pro-palestinese abbia un vantaggio sul movimento filoisraeliano, che io sostengo”, ha detto Zeman. Il presidente ha fatto il commento sabato ai delegati del partito euroscettico Libertà e Democrazia diretta (Spd), la quarta forza parlamentare del paese centroeuropeo. Zeman è in piena campagna elettorale per le elezioni presidenziali di gennaio e ha partecipato al congresso Spd per raccogliere il sostegno dei sostenitori della formazione guidata dal ceco giapponese Tomio Okamura. Zeman è noto per il suo sostegno a Israele e si è mostrato questa settimana in favore del riconoscimento. Nel frattempo il premier israeliano Benjamin Netanyahu è atteso domani a Bruxelles, dove reduce dall’incontro di oggi a Parigi con il presidente francese Macron parteciperà alla riunione del Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Unione europea. Sul tavolo il processo di pace in Medio oriente, dopo che il presidente Usa Donald Trump ha annunciato la sua decisione.

Trump vuole probabilmente imprimere alla storia un nuovo e più visionario movimento. Il mondo islamico invoca invece un’improbabile marcia indietro. L’Europa teme per la propria sicurezza più che per quella del Medio oriente. Palestinesi ed ebrei tornano a pagare il prezzo più alto nel gioco irresponsabile dei potenti.

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