TERZA GUERRA MONDIALE/ La Corea del Nord ruba bitcoin? Così può sopravvivere alle sanzioni USA

- Niccolò Magnani

Terza Guerra Mondiale, ultime notizie di oggi 12 dicembre 2017: Corea del nord, Kim Jong-un tentato da un attacco con armi batteriologiche. I nodi per Trump e Israele

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Kim Jong Un (LaPresse)

Gli esperti del settore ne sono certi: la Terza Guerra Mondiale si combatterà a livello di intelligenze artificiali. Ecco che allora il campo di battaglia non sarà il terreno, né il mare, o i cieli. O meglio non solo quello. Le superpotenze del Pianeta schiereranno le proprie truppe sul web, pronte ad innescare minacce nei sistemi computerizzati del nemico e a gestire i propri armamenti a portata di click. Fantascienza? Non proprio. Ne è un’esempio l’ultima notizia rilanciata dalla CNN, secondo cui hacker della Corea del Nord starebbero forzando negli ultimi mesi i sistemi di protezione degli investitori di bitcoin, la criptovaluta che negli ultimi tempi sta letteralmente spopolando, al punto da portare alcuni esperti a parlare di vera e propria bolla speculativa. Secondo quanto dichiarato da Lee Dong-geuyn, direttore della Korea Internet and Security Agency, “è un dato di fatto che la Corea del Nord stia attaccando gli scambi virtuali di valuta. Non sappiamo quanto la Corea del Nord abbia rubato finora, ma sappiamo che la polizia ha confermato che il regime ha condotto attacchi hacker”. Dopo aver sottratto i bitcoin, gli hacker nordcoreani sarebbero soliti richiedere un riscatto in denaro per provvedere alla sostituzione. Per la Corea del Nord, l’attrattiva della moneta digitale è molto elevata dal momento che si tratta di una valuta pensata per operare al di fuori del controllo dei governi e delle banche. Una caratteristica quanto mai invitante in un momento in cui gli Stati Uniti stanno conducendo sforzi sempre maggiori per comminare nuove sanzioni economiche in grado di tagliare fuori Pyongyang dal sistema finanziario internazionale. (agg. di Dario D’Angelo)

ASSAD IN SIRIA FINO AL 2021?

È la Siria lo specchio dell’attuale situazione geopolitica, quella in cui a dettare la linea è soprattutto la Russia, con gli Usa costretti – volenti o nolenti – ad andare a rimorchio di Vladimir Putin. Basti pensare che Donald Trump, stando ad un articolo del New Yorker, si sarebbe ormai rassegnato all’idea di Assad presidente della Siria, almeno fino al 2021, data in cui dovrebbero tenersi nuove elezioni. Sembra dunque del tutto naufragato il piano per cui Assad avrebbe dovuto abbandonare il suo incarico durante il processo di pace. I successi militari conseguiti dall’alleanza a guida russa, avrebbero portato l’amministrazione americana ad un bagno di realtà. Il New Yorker scrive che “A seconda dei risultati delle elezioni degli Stati Uniti nel 2020, Assad potrebbe ancora restare al potere, quando Trump lascerà il suo incarico. I politici degli Stati Uniti temono che Assad potrebbe vincere le elezioni nel 2021 e rimanere al potere per molti anni”. Effettivamente attualmente il governo di Assad “controlla la maggior parte del territorio, comprese le città di Damasco, Hama, Homs, Latakia e Aleppo, che un tempo era la punta di diamante dell’opposizione, quello che gli analisti americani chiamano “la Siria buona””. Ascolteremo a breve un’ufficializzazione di questa linea da parte della Casa Bianca? (agg. di Dario D’Angelo)

PENTAGONO, TRUPPE USA RESTANO IN SIRIA

Dopo le parole a sorpresa del presidente Vladimir Putin, in cui veniva annunciato il ritiro delle truppe russe dalla Siria, erano in tanti ad attendersi una replica da quella che in tanti – nello scacchiere di un’ipotetica Terza Guerra Mondiale – vedono come la controparte, gli Usa. A spiegare la posizione statunitense è stato il portavoce del Pentagono, Eric Pekhon, dichiarando – come riportato dall’agenzia russa Ria Novosti – che la coalizione internazionale a guida americana resterà in Siria. Pekhon ha lasciato intendere inoltre di essere scettico rispetto all’annuncio di Putin, sostenendo che difficilmente alle sue parole seguirà “una reale riduzione del contingente”. Con questa presa di posizione gli Usa tentano – almeno agli occhi del mondo – di non apparire subalterni rispetto a Mosca, il soggetto che negli ultimi anni – grazie alla lucidità di uno stratega come Putin – sta dando le carte a livello geopolitico. (agg. di Dario D’Angelo)

COREA DEL NORD, ALLARME ATTACCO BATTERIOLOGICO

L’allarme scatta ancora una volta dagli Usa che proseguono nella lotta diplomatica e “strategica” contro la Corea del Nord: «Kim si sta dotando di tecnologia che potrebbe essere usata per programmi avanzati per la realizzazione di armi batteriologiche». Fonti di intelligence hanno rivelato al Washington Post della possibilità, tra l’altro già emersa nelle scorse settimane come “rumors” dalla Sud Corea: agenti patogeni, armi da usare per attacchi chimici e progetti terroristici già pronti, le accuse contro Pyongyang sono gravissime. «Perché hanno acquisito materiale e sviluppato tecnologie ma ancora non hanno prodotto le armi?”, si chiede una delle fonti sul quotidiano Usa, ammettendo che prove reali non ve ne sono se non l’arrivo e gli ordini dei materiali assai sospetti. «Le nuove strutture produttive sono ben ‘camuffate’ all’interno di impianti destinati all’industria civile, agricola e farmaceutica», prova ad avanzare la fonte al Post. «La Corea del Nord ha sempre negato di avere qualsiasi tipo di programma di armi batteriologiche, impegnandosi a nascondere tutte le prove della sua ricerca militare in questa direzione», ha poi chiosato l’intelligence Usa. 

UE “ANTI” GERUSALEMME: “NON SEGUIREMO GLI USA”

Come ampiamente prevedibile e preventivato, l’Unione Europea non segue la “mossa” di Trump e si accoda alle condanne internazionali dell’Onu contro i dissidi e gli scontri che la decisione del tycoon su Gerusalemme ha provocato in Medio Oriente. «Nessun Paese dell’Unione europea seguirà l’esempio Usa», ha fatto sapere Federica Mogherini dopo il vertice con il presidente israeliano Netanyahu tenutosi ieri a Bruxelles. «So che Netanyahu si aspetta che altri seguano la decisione del presidente Trump, di muovere l’ambasciata a Gerusalemme. Può tenere le sue aspettative per altri, perché da parte degli Stati dell’Unione europea questa mossa non arriverà», ha aggiunto davanti al leader israeliano, l’Alto Rappresentante per la politica estera europea. La contro replica, seccata, di Netanyahu è eloquente: «Il presidente Trump ha messo i fatti sul tavolo per quello che sono. La pace è basata sul riconoscimento della realtà. E che Gerusalemme sia la nostra capitale è evidente a tutti». Le distanze rimangono tali e il rischio fortissimo di un “crollo” della diplomazia Onu sul caso-Gerusalemme è purtroppo non completamente utopica come possibilità. Nel frattempo, il Medio Oriente vive ore di instabilità sul futuro della Siria e dell’Iraq dopo la sconfitta “sul campo” dello Stato Islamico: «Ordino al ministro della Difesa e al capo di stato maggiore di iniziare il ritiro delle truppe russe. Se i terroristi rialzeranno la testa, condurremo contro di loro dei raid tali come non ne hanno mai visti. Non dimenticheremo mai le perdite patite nella lotta al terrorismo qui in Siria e in Russia», sono le parole del presidente Putin ieri in vertice con Assad in Siria, un vero e proprio “terremoto” cui gli Stati Uniti non possono non considerare. Di certo la mossa di Putin è volta a vedere se dall’altra parte dell’oceano Trump scopre anche le sue carte, tra una Gerusalemme e una Corea del Nord che restano i primissimi grattacapi della Casa Bianca in vista del 2018.

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