NATALE 2017/ Com’è andata quella notte?

- Giuseppe Frangi

Una notte vera, fredda, in cui le figure sbucano dal buio. Maria, in un angolo, stesa, tiene ancora stretto il Bambino. E’ andata proprio come ha “visto” Rembrandt. GIUSEPPE FRANGI

rembrandt_nativita_adorazione_pastori_arte
Rembrandt, Adorazione dei pastori nella notte (1656 c.a)

Com’era andata quella notte? Come immaginarla facendo leva su quei pochi, semplici elementi che Luca e Matteo ci hanno tramandato? Per secoli agli artisti quei pochi dati sono stati sufficienti per costruire un mosaico straordinario di rappresentazioni della Natività. Se le facciamo passare davanti agli occhi, non sappiamo su quale fermarci, tante sono le immagini che ci commuovono o colpiscono per un accento particolare, per un’intensità inattesa, per la dolcezza, per le suggestioni della notte tersa d’inverno, ma anche per la durezza del freddo, per quella dimensione spoglia della grotta/capanna. Ogni artista ha portato nella narrazione un deposito di spunti presi dalla tradizione a cui aggiunge sempre un accento personale: perché questo è proprio della libertà che quel Bambino sollecita in ogni uomo e in ogni artista in particolare. 

E a proposito di libertà, nessuno, tra gli artisti, è stato più libero di Rembrandt nell’immaginare la Natività. Come si sa Rembrandt visse in una stagione e in una terra di frontiera. Una stagione in cui in molte zone d’Europa la Chiesa aveva perso d’autorità come “madre” delle arti. In tanti casi si era arrivati addirittura ad una distruzione delle immagini. Certamente la committenza di soggetti religiosi non aveva più una rilevanza pubblica, ma riguardava una destinazione privata a scopo di devozione. Le dimensioni delle opere “da casa” si riducevano e anche si era smarrito quell’aspetto partecipato e popolare che era nel dna di ogni grande o piccola creazione artistica in Italia. La narrazione dei fatti evangelici diventava una narrazione privata. 

Pur in un mondo a maggioranza protestante da una parte, e con una committenza ebrea molto importante dall’altra, Rembrandt continuò però a narrare i fatti evangelici. E come se la cavò in quel contesto non semplice? Con un di più di naturalezza. Una naturalezza assolutamente spiazzante. 

Per rendersene conto basta guardare questa meravigliosa incisione, un’Adorazione dei Pastori riferibile agli anni tardi di Rembrandt (intorno al 1656). È un’Adorazione in notturna, in cui il bulino dell’artista ha scavato dentro la lastra di rame che fa da matrice dell’incisione per rendere meglio la dimensione della notte. Di una notte vera. Le figure perciò sbucano dal buio, riconoscibili più che per il loro aspetto fisico, per il moto di affetto o di curiosità che li ha portati in quel posto. 

Ma il dettaglio più sorprendente, quello che meglio rivela la straordinaria capacità innovativa e immaginativa di Rembrandt, è quello della Madonna e del Bambino. Infatti li immagina sdraiati. Avvolti completamente da coperte per proteggersi dal freddo. Quasi dobbiamo andare a scovarli noi stessi, in quell’angolo a destra del foglio su cui cade la luce fioca di un pastore per fortuna armato di lanterna. Il Bambino è imbacuccato. Maria, evidentemente ancora spossata, solo per cortesia sporge la faccia dalle coperte che la avvolgono. Ma sono appartati. I pastori che li stavano cercando, per vederli devono scrutare nella notte. Non è necessario spingerci a pensare che Rembrandt volesse mettere l’accento sulla condizione di famiglia migrante. Era semplicemente il modo più naturale di immaginare una nascita, nel cuore della notte, con quel tanto di gioia, di fatica, di desiderio di tenersi vicino il Bambino. Si sa che Rembrandt usava mettere in scena nel suo studio i soggetti che andava a dipingere. Mettere in scena non voleva dire solo far posare i modelli, quanto chiedere a loro di calarsi nei panni e quindi di essere “attori” (ne scrive in un bellissimo libro Svetlana Alpers). Facevano così anche i suoi allievi e quando correggeva i loro abbozzi, Rembrandt sottolineava non tanto i difetti stilistici ma l’improbabilità di certe pose (una volta scrisse, a margine di un disegno, che era impossibile che una madre stringesse in quel modo il suo bambino).

Tutto doveva essere invece vero, al punto da chiedere ai modelli che vivessero quel che poi doveva diventare un’immagine dipinta. Il Natale così si poneva come un pezzo di storia presente. Non semplicemente memoria di un qualcosa di bellissimo accaduto tanti secoli prima. Un Natale in contemporanea, riaccaduto lì, nello studio stesso dell’artista. Con una naturalezza davanti alla quale, ancor oggi, è impossibile non pensare che sia andata davvero così.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori