RAGAZZO SUICIDA A LAVAGNA/ Quel momento della vita in cui i genitori devono farsi da parte

- Paolo Vites

Il suicidio del ragazzo di Lavagna continua a non lasciare tranquilli. Se nessuno ha diritto a giudicare la madre, quanto successo apre domande a cui nessuno può sottrarsi. PAOLO VITES

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Immagine dal web

Caro direttore,

Casi come questi sono così dolorosi e misteriosi che uno vorrebbe limitarsi a restarne fuori. Avendo però intervistato su queste pagine il responsabile di una comunità di recupero di giovani tossicodipendenti e ragazzi disagiati (Silvio Cattarina), un noto psicologo (Claudio Risè) sul caso in questione, mi ci sono trovato mio malgrado trascinato dentro. 

Parlo del caso del ragazzo di Lavagna gettatosi dalla finestra di casa sua all’arrivo della Guardia di finanza chiamata dalla madre per accertare il possesso da parte del ragazzo stesso di hascisc. Anche io sono nato a Lavagna, conosco bene l’ambiente piccolo e provinciale della cittadina. Quello che si è letto finora è che tutto o quasi sta nella mancanza di dialogo fra genitori e figli. Ma è naturale che sia così, a una certa età il genitore non è più – e non deve essere – il punto di riferimento totalizzante. Si è parlato di incapacità educative, ma soprattutto di vuoto esistenziale dei giovani di oggi. Meglio sarebbe dire di disperato bisogno di significato.

Continuo dunque a leggere sul nostro giornale interventi di specialisti, psicologi e sacerdoti, ma ancora nulla da parte di genitori o ragazzi. Vorrei citare un passaggio dello psicologo Massimo Recalcati, a questo proposito: “Il volto della madre funziona come un primo specchio capace di svelare la natura irriducibilmente dialettica del processo di umanizzazione della vita. Solo attraverso il volto dell’Altro posso incontrare il mio volto, solo grazie alla presenza dell’Altro posso costituire la mia vita. […] Il bambino non vede mai, attraverso il volto della madre, solo il proprio volto, né si limita a vedere il volto di sua madre, ma vede in questo stesso volto la possibilità di vedere il volto del mondo o, se si preferisce, vede nel volto della madre ciò che lo abilita a poter guardare il volto del mondo”.

Cosa significa questo? Che a un certo punto del percorso di un ragazzo, che coincide con il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, perché il proprio io  prenda forma completa e il ragazzo deve troncare il cordone ombelicale, pena rimanere per sempre schiacciato da quel volto e non diventare mai un adulto pienamente libero e cosciente di sé.

Noi non sappiamo esattamente come si è svolto il drammatico rapporto tra quella madre e quel figlio suicida. Non sappiamo se prima di chiamare la Guardia di finanza come lei ha ammesso di aver fatto “perché disperata e impotente a salvare il figlio” si sia rivolta prima agli insegnanti, ai compagni di scuola, a specialisti del disagio giovanile, a comunità di recupero, a psicologi, all’allenatore della squadra il cui il giovane militava, a un sacerdote. Sembrerebbe di no, sembrerebbe che abbia usato quello che era in suo potere per sradicare quel problema del figlio.

In quel momento, in quel drammatico momento, ogni misura è saltata, in un cortocircuito assassino.

C’è un momento nella vita in cui i genitori devono farsi da parte e lasciare che tra di loro e i figli entri un soggetto terzo, che solo potrà accompagnare entrambi in un lungo cammino di consapevolezza.

E c’è il male nella vita, che che concorre alla costruzione del bene in quanto realtà inscindibili appartenenti al nostro io, che inutilmente e forzatamente pensiamo dobbiamo eliminare con le nostre povere forze o negarne addirittura l’esistenza. Lo dice benissimo Carl Gustav Jung: “Nessuno sta fuori dalla nera Ombra collettiva dell’umanità. (…) sarà quindi bene avere una ‘immaginazione del male’, perché solo gli sciocchi possono trascurare a lungo le premesse della propria natura”. Non significa trovare una giustificazione del male vero e proprio; il male resta sempre e comunque male, e guai ad essere relativisti su questo. Ma è un dato di fatto con cui bisogna fare i conti.

Allora, per il bene infinito e misterioso che vogliamo ai nostri figli, c’è un momento in cui il genitore deve farsi da parte, rinunciare a quel possesso che non rende libero né l’uno né l’altro, rinunciando a proiettare su di loro le proprie immagini e desideri.

Il ragazzino di Lavagna, attraverso l’errore dello spinello, stava cercando di costruire il suo sé libero e adulto, in modo certamente sbagliato, ma è la realtà a cui dobbiamo abituarci sempre di più dato che non solo la droga si trova ovunque, ma c’è anche chi vuole liberalizzarla. Non sappiamo se ci sarebbe riuscito e per come succede a tanti, se ne sarebbe liberato dando vita a una esistenza piena seppur faticosa, o sarebbe caduto in situazioni peggiori.

Ho conosciuto genitori che hanno vissuto esperienze similari e che solo mettendosi da parte lasciando che intervenissero altri ad aiutare i figli nel loro cammino, li hanno visti fiorire come il fiore più bello alla ricerca del compimento del proprio Io. Anche se le loro scelte non sono esattamente quelle che noi desideriamo per loro.

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