Santi martiri del Giappone/ Santo del giorno, Paolo Miki e compagni, crocifissi perché cristiani (oggi 6 febbraio)

- Eugenio Russomanno

Nel 1597 Paolo Miki e 25 suoi compagni, gesuiti e francescani, religiosi e laici, tra cui due ragazzi di 12 e 13 anni furono crocifissi sulla “collina santa” di Nagasaki

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Il martirio di Nagasaki

Memoria dei santi Paolo Miki e compagni, martiri, a Nagasaki in Giappone. Con l’aggravarsi della persecuzione contro i cristiani, otto tra sacerdoti e religiosi della Compagnia di Gesù e dell’Ordine dei Frati Minori, missionari europei o nati in Giappone, e diciassette laici, arrestati, subirono gravi ingiurie e furono condannati a morte. Tutti insieme, anche i ragazzi, furono messi in croce in quanto cristiani, lieti che fosse stato loro concesso di morire allo stesso modo di Cristo.

Nel 1549 il grande gesuita san Francesco Saverio sbarcava in Giappone e dava inizio ad un’opera di evangelizzazione che, grazie anche ad altri missionari, in un trentennio raccolse intorno al cristianesimo 200mila giapponesi; Nagasaki divenne allora il centro della cristianità giapponese. Ma nella presenza cristiana il capo politico-militare Toyotomi Hideyoshi vide – a torto – un potenziale pericolo di invasione del Giappone da parte di portoghesi e spagnoli: secondo lo shogun, i missionari di queste due nazioni avrebbero potuto facilitare una intenzione di conquista del territorio giapponese da parte del Portogallo e della Spagna. Ecco perché nel 1587 Hideyoshi emanò un editto di proscrizione nei confronti dei missionari, che pertanto dovettero abbandonare il Paese. Nel 1593, sei anni dopo l’allontanamento dei gesuiti, arrivarono in Giappone i francescani, con medesimo intento missionario. Hideyoshi, anche per l’ostilità anticristiana dei buddisti e dei loro capi, temette nuovamente – nuovamente a torto – che la presenza missionaria potesse significare un’apertura politico-militare del Paese alla Spagna e al Portogallo. Perciò nel dicembre del 1596 intervenne duramente e crudelmente ordinando l’arresto e l’esecuzione di missionari e di cristiani: furono condannati alla crocifissione il gesuita – è il primo gesuita di nazionalità giapponese – Paolo Miki e 25 suoi compagni, gesuiti e francescani, religiosi e laici, tra cui due ragazzi di 12 e 13 anni. Nei primi mesi del 1597, “Tutti i ventisei cristiani furono portati a piedi, in pieno inverno, a Nagasaki e crocifissi sul luogo che sarà poi detto ‘collina santa’ o dei martiri, ben visibili dal porto di approdo delle navi europee. I cristiani del luogo assistettero in gran numero al supplizio, … Dall’alto della croce Paolo Miki predicò il perdono dei persecutori, invitando anche i compagni a pregare per i carnefici”, scrive Giancarlo Politi, missionario del Pime e direttore di Mondo e Missione. Paolo Miki e gli altri martiri di Nagasaki furono beatificati nel 1627 da Urbano VIII e canonizzati nel 1862 da Pio IX. Il loro culto è molto diffuso nel Sud del Giappone e in particolare a Nagasaki, dove c’è una chiesa eretta in loro onore.



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