TRAGEDIA MECNAVI/ “Elisabetta Montanari”, Ravenna: 30anni dopo la morte dei 13 operai precari “in nero”

Tragedia Mecnavi, Elisabetta Montanari: rogo nella motonave di Ravenna, oggi 13 marzo è il trentennale della strage dove morirono 13 operari precari e in nero. I fatti e il ricordo

13.03.2017 - La Redazione
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Immagini di repertorio (Foto: LaPresse)

«30 anni dopo la tragedia Mecnavi, viviamo una stagione di crisi profonda, nella quale il primo pericolo è il ricatto silente, quotidiano, che rende difficoltoso protestare davanti a ciò che non funziona». Lo ha detto il sindaco di Ravenna Michele De Pascale, durante la cerimonia di commemorazione del trentesimo anniversario dell’incidente sul lavoro al cantiere della Mecnavi, di proprietà dei fratelli Arienti, al porto di Ravenna. Lo scandalo più grande fu il processo che ne seguì, visto che i responsabili riconosciuti – i tre fratelli Arienti, assieme ad altre 5 persone ebbero una condanna per un totale di 22 anni in Cassazione che però nessuno ha mai scontato. Non solo, mentre gli operai erano rimasti intrappolati in quella terribile sera dell’87, i responsabili venne fuori nel processo che avevano cercato di contattare le famiglie di 8 delle 13 vittime per regolarizzare i contratti, visto che erano quasi tutti in “nero” e precari, assunti la sera prima per lavora nella Elisabetta Montanari della Mecnavi. Per Costantino Ricci si tratta di «una ferita che non si rimarginerà mai. Non dobbiamo abbassare la guardia, cedere alla crisi e all’aumento della disoccupazione. I fatti che concorsero a provocare la morte di 13 persone furono la somma di tutto ciò che non deve succedere: caporalato, lavoro nero, ricatto verso le fasce emarginate, distruzione del tessuto sindacale, violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni, appalti e subappalti al ribasso», ha concluso oggi per il memoriale a Ravenna della tragedia, il segretario regionale della Cgil. Al processo, i 22 legali degli accusati furono abilissimi. Scrive Rudi Ghedini nel libro-inchiesta “Nel buio di una nave” che essi spostarono la discussione sulla durata dell’agonia per oscurare la vera causa dell’ecatombe, che fu «l’abbattimento dei costi di sicurezza e l’assunzione di manodopera inesperta e ricattabile». Caporalato allo stato puro. 

Oggi si celebra il trentennale del disastro della motonave “Elisabetta Montanari” a Ravenna, il più grave incidente con morti sul lavoro in seguito al Dopoguerra. Era la sera del venerdì 13 marzo 1987, quando durante le operazioni di manutenzione straordinaria della omonima nave gassiera l’evento fu scatenato da un incendio nella stiva n. 2 dell’imbarcazione. In poco tempo gli operai che stavano lavorando nella stiva, vennero colpiti dalle esalazioni sprigionate della combustione causarono la morte per asfissia di ognuno di loro, impegnati nel cantiere di manutenzione. La nave della Mecnavi s.r.l. azienda di proprietà dei fratelli Arienti, appartenente al compartimento marittimo di Trieste, era una nave cisterna di fabbricazione norvegese adibita al trasporto di gas GPL; si trovava nel porto di Ravenna in un bacino di carenaggio per essere sottoposta a operazioni di riclassificazione condotte in un cantiere di manutenzione di cui era titolare la stessa Mecnavi. Come riportano le cronache di allora, l’incendio nella stiva, scoppiato alle 9:05, era stato causato, in maniera involontaria e accidentale, dalle operazioni di una squadra di operai intenti a lavori di saldatura nella cisterna, condotti con l’ausilio di una fiamma ossidrica. In particolare, a prendere fuoco fu l’olio minerale fuoriuscito da una tubazione: la squadra di saldatori tentò di estinguere l’incendio.



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