CAMORRA & APPALTI/ I mezzi per fermare il malaffare che non vengono usati

- Sergio Luciano

In Campania sono stati disposti 69 arresti nell’ambito di un’inchiesta sugli intrecci tra criminalità e appalti pubblici. Per SERGIO LUCIANO al Sud servono leggi speciali

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Immagini di repertorio (LaPresse)

Di Pietro l’aveva definita “dazione” ambientale, ed era quel comportamento diffuso di politici e funzionari pubblici di chiedere mazzette, ottenendole, dagli imprenditori che concorrevano agli appalti con una tale naturalezza e semplicità da far apparire la cosa come una specie di adempimento istituzionale, una marca da bollo in più. Ed è questa totale indifferenziazione tra lecito e illecito, tra onestà e crimine, che trapela dai dettagli dei 69 arresti disposti ieri dalla direzione distrettuale antimafia tra Napoli e Caserta e che dovrebbero – se esistesse ancora un sistema immunitario efficiente, nel nostro Paese – far scattare l’allarme civico più preoccupato e reattivo. 

Dunque in Campania, lo si conferma, nel “cratere” di Gomorra, alligna e prospera più che mai un amalgama di fatto tra società civile e delinquenza organizzata. Una contiguità inscindibile di cui sociologi e criminologi discettano da decenni senza essere mai riusciti, però – o non avendo mai osato -, a trasferire le loro analisi sul piano della proposta politico-istituzionale. Quando in un sistema sociale il livello di percezione collettiva dell’illecito si abbassa talmente che tutti danno per scontata la praticabilità dei reati, su tutti bisogna intervenire. E in che modo? Diciamola, la rispostaccia: con delle leggi speciali.

Facciamo un esempio banale, per capirci: se è assodato che chi va in moto debba portare il casco, perché diversamente moltiplica per cento il rischio di morire o ferirsi gravemente e la società civile non può permetterlo; e se a Napoli la metà dei motociclisti continua a circolare senza casco, e non per questo viene fermata o multata da vigili urbani o polizia stradale o carabinieri, mentre nelle altre parti d’Italia solo pochissimi motociclisti trascurano l’obbligo del casco; ne consegue, sillogisticamente, che a Napoli sarebbe doveroso intervenire sia sul piano della repressione che della punizione per costringere tutti a portare il casco. Quindi: raddoppiare la vigilanza stradale, prescrivere inflessibilità agli agenti, punire gli agenti distratti, comminare multe salatissime, sequestrare le moto, le patenti, eccetera… Norme speciali, magari transitorie, ma speciali. Invece, macché.

In Campania, gli arresti di ieri confermano l’assoluta contiguità che si crea di fatto, con pochissimi gradi di relazione, tra la malavita vera, quella efferata – che spaccia, sfrutta, ricatta e uccide – e il comune cittadino, certo ignaro della gravità dei suoi comportamenti, eppure pronto a votare i candidati scelti dai boss, e a rivolgersi a essi per ottenere quelle agevolazioni, quelle scorciatoie, quei favori, che costituiscono l’oggetto dello scambio elettorale: io ti voto, tu mi avvantaggi. La cosa, evidentemente, non sempre funziona, perché le promesse di scambio sono impastatate con dosi massicce di millanteria, eppure tanti, troppi, pretendono che funzioni, e spesso riescono a farla davvero funzionare.

Indimenticabile, al riguardo, l’apoteosi dell’ex presidente della Provincia di Napoli, il forzista Luigi Cesaro, plurinquisito per sospette collusioni camorristiche, salvato dal voto della Camera nel luglio del 2016 con il “no” all’utilizzo nelle indagini delle intercettazioni a suo carico, forte di un pacchetto di 120 mila preferenze. Youtube gronda delle sue performance oratorie, da sbellicarsi per l’ignoranza e addirittura l’analfabetismo di cui grondano. Uomo senza qualità politiche, se non quella di garantire i suoi “danti causa”, un figlio appena eletto con 22 mila preferenze consigliere regionale, Cesaro è veramente l’esempio di come “non si può” far funzionare una democrazia.

Ma riprendendo la metafora dei caschi per moto desueti a Napoli, come si potrebbe e dovrebbe fare per prevenire questa collusione ambientale che inquina la Campania, e in generale tutte le Regioni a forte presenza criminale? Certo non sospendendo la democrazia, è ovvio: ma sarebbe invece un forte e sacrosanto presidio democratico quello di inserire norme più stringenti contro le candidature sospette. Una norma contro gli “impresentabili” che incrudelisse, nei territori a forte presenza criminale storica e statisticamente rilevabile, le norme contro le candidature illecite. E intanto rafforzasse i contingenti delle forze dell’ordine e di quelle giudiziarie, perché non ha senso usare le stesse metriche (agenti pro/capite, magistrati pro/capite) in tutti i territori, senza distinguere tra essi in base alle evidenti differenze tra i fattori ambientali. Sarebbe come se i negozi di Taormina esponessero in vetrina la stessa quantità e varietà di coperte di lana che espongono quelli di Cortina d’Ampezzo. Ovviamente non accade così: ci si copre di più dove fa più freddo.

Il guaio è che tra le tante occasioni sprecate della stagione giustizialista vissuta in Italia con Tangentopoli c’è stata anche questa: l’incapacità della classe politica di riflettere sui disastri del passato e introdurre correttivi volti non a rafforzare ulteriormente il già spesso eccessivo o strumentalizzato potere della magistratura, ma a prevenire, con sistemi automatici e non discrezionali, il malaffare.

Ne sia esempio definitivo il caso Consip, un’altra palese cerniera di quanto possano essere pochi i gradi di relazione tra la criminalità, vicina a troppe imprese, e le massime istituzioni nazionali, ancorché magari ignare di questa contiguità. La Consip, per quanto pochi l’abbiano capito dalle convulse cronache delle ultime settimane, è stata creata proprio per prevenire e sventare il ripetersi della corruzione degli appalti, canalizzando tutte le procedure in sistemi digitali automatici di valutazione delle offerte, tali da essere immuni da qualunque interferenza discrezionale. E cosa accade? Accade che nella fase analogica (per capirci: prima che inizino a funzionare i sistemi elettronici automatici e non manipolabili) di istruttoria di una gara, la mano umana può inserire dati e presupposti che, se opportunamente comunicati solo a uno dei concorrenti della gara, pongono solo lui nella condizione di poter formulare l’offerta giusta. 

Fatta la legge, trovato l’inganno. Ma ci voleva tanto a introdurre un criterio per il quale in quella fase di discrezionalità la “mano umana” cambi ogni volta, sia sottoposta a verifiche esterne, a automatismi di sorteggio che ne rendano imprevedibile l’identificazione? Un po’ come fanno i bravi body-guard quando cambiano il percorso dei loro tragitti in auto con i loro protetti a bordo, per prevenire le imboscate? No, non ci voleva tanto: era ovvio farlo. E non è stato fatto. E constatando che nessuno c’ha pensato, viene sempre il sospetto che certe riforme si siano state fatte più per apparenza che per sostanza.

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