FIDANZATA DJ FABO/ Cara Valeria, hai dimostrato (a tua insaputa) che i legami esistono

- Paolo Vites

Si può essere liberi e felici solo se non si ama nessuno e non ci si aspetta amore da nessuno? In questo modo saremo liberi da ogni dipendenza? PAOLO VITES

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Quadro di Magritte

E’ inevitabile che l’altro (l’amato/a, i genitori, i figli, gli amici), prima o poi, o anche in più occasioni ci deluda. Lo sperimentiamo tutti. La delusione e la sofferenza che ne conseguono possono rendere cinici e disaffezionati. Oggi, in una società che tende ad anestetizzare quanto più possibile il dolore e la sofferenza, evitare di compromettersi con l’altro è lo sport che va per la maggiore. La conseguenza è l’instabilità dei rapporti e una solitudine che ci divora come mai accaduto in nessun altro periodo della storia dell’umanità.

“Per essere liberi soddisfatti, felici, non si deve mai aspettare o chiedere di essere amati altrimenti siete schiavi della persona amata”. A dirlo è un personaggio curioso, una sorta di guru, molto amato sui social network, Omraam Mikhaël Aïvanhov. Nato in Bulgaria e vissuto in Francia, è stato, secondo quanto si legge su Wikipedia, “un esoterista e pedagogo bulgaro inserito nella tradizione spiritualista giudaico-cristiana e universalista della “Scuola bulgara” di Peter Deunov (secondo alcuni suoi discepoli, faceva anche “guarigioni” miracolose).

Video di alcune sue conferenze si trovano su Youtube, una di queste, quella che contiene le parole citate, era stato postata sulla pagina Facebook di Valeria Imbrogno, la coraggiosa fidanzata di Fabio Antoniani, il dj morto di eutanasia pochi giorni fa.

“Se oggi il vostro lui o lei non vi ha guardati voi piangete, perché vi aspettavate qualcosa. Chiedete di essere amati, ma se volete essere liberi e felici non aspettatevi di essere amati. Indipendenti e liberi andrete ovunque e non dipenderete mai da nessuno. Se invece attenderete l’amore ne sarete dipendenti” dice ancora il personaggio.

Se è vero, come è vero, che aspettarsi che l’altro sia la soluzione di ogni problema è illusorio e infantile, secondo il nostro modesto parere rifiutare ogni legame con l’altro, non “aspettarsi di essere amati” è una autentica castrazione della nostra più profonda umanità.

Amare in modo libero, senza aspettarsi di essere sempre contraccambiati, è una cosa straordinaria che riesce a poche persone. A Valeria Imbrogno probabilmente è riuscito, ma averlo il coraggio e la forza che ha avuto questa donna, mai lasciando solo il suo uomo e così testimoniando di un’appartenenza e di una dipendenza. 

Vivere rifiutando i legami è autodistruttivo, perché non voler dipendere da nessuno è una violenza contro noi stessi, è contro natura. Per l’istante che viviamo, noi dimostriamo già di essere dipendenti da qualcuno altro che ci ha fatti: non abbiamo infatti scelto noi di nascere. E’ un altro che ci ha voluti e desiderati e il legame che unisce madre e figlio è quanto di più potente esista nella natura umana. Un cattivo legame, dominato dal narcisismo e dall’autoritarismo del genitore, senz’altro “uccide” il figlio. Ma il figlio senza il legame con la madre non sopravviverebbe un secondo.

Una leggenda narra che l’imperatore Federico II avesse voluto provare un esperimento: ordinò che alcuni bambini venissero tolti alle madri e lasciati a delle balie che però dovevano limitare al massimo ogni interazione con loro. Solo nutrirli e lavarli. Nessuna carezza, mai presi in braccio, nessuna parola rivolta loro. All’imperatore interessava sapere che lingua avrebbero imparato a parlare senza nessuno che lo facesse con loro. Secondo la leggenda, quei bambini uno a uno morirono tutti. Ma non sono leggende gli studi effettuati sui bambini degli orfanotrofi, privati certo in modo meno drammatico della cosiddetta relazione simbiotica, quella con la madre biologica: bambini che dormono poco, non crescono, piangono in continuazione, non mangiano. Molti di loro muoiono. Di mancanza del legame originario. Lo stesso legame che nel corso dell’esistenza andiamo continuamente a ricercare nell’amata/o, negli amici. Nell’altro.

C’è un altro che abita in noi, diceva il poeta Derek Walcott: “Vi è un Altro in noi che ci abita, uno straniero che ci è amico da sempre”. Il problema è sapersi connettere con questo altro, cosa che oggi tutti e tutto (pensiamo al mondo virtuale e alla sua solitudine) cercano di impedire. 

Forse per questa mancanza arriviamo anche a decisioni strazianti come l’eutanasia. Può succedere, quando il nostro bilanciamento interiore è basato sul “nostro piccolo Io”, diceva Jung, che ci impedisce  di vedere “l’altro da sé”: “A volte è nei casi più disperati, nei quali non riusciamo a vedere più una via d’uscita o un aiuto da parte del nostro Io, che ci viene in aiuto quel misterioso ‘estraneo’ interiore, quell”altro da sé’ che è fondamentalmente ‘nostro’. E’ il Sé, che con la sua illimitatezza vede modi e vie che noi, con il nostro piccolo Io, non potremmo mai scorgere neanche lontanamente. E quando si è portati in salvo da questo straniero che è in noi è difficile successivamente analizzare e comprenderne l’operato”. Sono parole dello psicologo Emanuele Casale. 

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