L’EPATITE C “EVADE” DAL CARCERE/ Pochi controlli nei penitenziari: così diventano focolai

- Silvana Palazzo

L’epatite C “evade” dal carcere: pochi controlli nei penitenziari, così diventano focolai. Le ultime notizie di oggi, 28 marzo 2017, sulla denuncia di L. Lucania, presidente del Simspe

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Immagine di repertorio (Pixabay)

Emergenza epatite C anche nei penitenziari: si tratta, infatti, di un problema di salute che coinvolge anche i detenuti. Pochi controlli nelle carceri, che così diventano focolai di questa malattia che vede crescere il numero dei malati: sono 2-3 milioni in Italia e 800 milioni nel mondo. Società medicina e sanità penitenziaria (Simspe) ed EpaC Onlus hanno fatto notare che il carcere può diventare un luogo facile di contagio: sono circa il 7,4-38% i detenuti in Italia che soffrono di epatite C. Un aspetto non trascurabile della questione riguarda proprio il ritorno in libertà: in questo modo la malattia, infatti, “evade” dal carcere. «Oggi la minima parte dei detenuti è sottoposta al necessario screening e non gli è garantito lo stesso trattamento che avrebbero fuori dal carcere con ovvia conseguenza di danni ai singoli e alla comunità in generale», ha dichiarato L. Lucania, presidente Simspe, a Epolis. La carenza di una cultura specifica e di una catena di tutela crea una catena di contagio tra detenuti, parenti, personale della polizia penitenziaria e popolazione generale. Per questo è stata lanciata la campagna Enehide, un programma di iniziative rivolte proprio alla comunità carceraria per la salvaguardia di tutti e la lotta contro la diffusione del virus HCV.



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