PADRE UCCIDE I FIGLI A TRENTO/ E si suicida: quando il bisogno che nascondiamo distrugge tutto

- Massimo Romanò

In una società insensibile al dolore altrui e quando si sprofonda nella solitudine si possono compiere gesti che sembrano impossibili, come uccidere i propri figli. MASSIMO ROMANO’

incidente_omicidio_carabinieri_2_lapresse_2017
Immagine d'archivio (LaPresse)

Un uomo di 44 anni ha ucciso a martellate i suoi due figli di quattro e due anni. Dicono che si sia accanito su quei corpi innocenti con inaudita violenza. Poi l’uomo è uscito di casa, si è allontanato di qualche chilometro e si è ammazzato buttandosi in un dirupo. A scoprire i corpi dei due piccoli è stata la madre; è rientrata a casa e si è trovata davanti l’inferno. Possiamo solo immaginare che il cuore di questa donna si sia fermato davanti ad un dolore che è impossibile soltanto da immaginare. Ha dato l’allarme, ha chiesto di cercare il marito e quando ha saputo della sua morte, probabilmente tutto le è apparso chiaro.

Raccontano i vicini, e sono parole che fanno tremare, che quella sembrava la “famiglia del Mulino Bianco”, la famiglia perfetta, un padre amorevole, persone sorridenti, disponibili. Che, insomma, tutto questo sembrava incredibile, inspiegabile. Ma non era così, non c’era felicità e forse quella felicità che c’era stata, improvvisamente si era oscurata come quelle nuvole nere che promettono tempesta. Proprio ieri l’uomo, insieme alla moglie, doveva recarsi da un notaio per firmare il contratto d’acquisto di una nuova casa. Ma gli inquirenti sussurrano che dietro a questa tragedia ci possano essere problemi economici, probabilmente legati all’acquisto di questa nuova abitazione. Problemi nascosti dall’uomo alla famiglia, ma diventati così grandi da non poter più essere nascosti. E’ come il buio che arriva all’improvviso, le certezze che si sgretolano. Ritrovarsi da soli in un vortice che ti soffoca, che ti porta a sprofondare in un baratro di solitudine.

Dicono che quando li incontravi per strada, quell’uomo con i suoi figli, erano l’immagine della felicità, della spensieratezza. Nessuno aveva capito nulla, nessuno aveva intuito che forse quel volto sorridente era solo apparenza. Nessuno ha capito che invece il dolore lo stava divorando. “Perché noi viviamo in una società— come ci ha detto papa Francesco — “dove tutto sembra ridursi a cifre, ad apparenze, lasciando che la vita quotidiana di tante famiglie, si tinga di precarietà e di insicurezza”.

Perdere il lavoro, non riuscire a far fronte ai propri impegni finanziari, diventano una colpa, davanti alla quale gli uomini si trovano improvvisamente soli. Una specie di onta di cui avere vergogna. Un bisogno da nascondere, che ti divora, perché comunque non c’è nessuno che possa o voglia condividerlo con te. “Quando tutto si accelera — ha detto ancora Francesco — per costruire, in teoria, una società migliore, non si ha tempo per niente e per nessuno”. E’ così, abbiamo la pretesa di costruire un mondo migliore, ma sono sempre di più gli uomini che rischiano di rimanere esclusi da questo mondo che non esiste. Basta poco, basta niente, basta essere soli e si arriva ad uccidere ciò che di più caro hai nella vita: i tuoi figli.

Davanti a notizie come questa c’è quasi la voglia di cedere alla disperazione. Non c’è giorno che non ci porti una tragedia davanti agli occhi. Padri che uccidono i figli, uomini che uccidono donne, adolescenti che massacrano a sprangate un coetaneo per divertimento. Ma per i cristiani non è possibile cedere alla rassegnazione. L’ha detto ancora papa Francesco nella sua visita a Milano: “Risvegliate processi, più che occupare spazi, accendete la speranza spenta e fiaccata di una società che è diventata insensibile al dolore degli altri”. Di fronte alla morte di quest’uomo e dei suoi piccoli figli, quella lanciata dal papa è una sfida che non possiamo non raccogliere.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori