ABORTO/ Caro Gramellini, Giulia non è una canzone (e il figlio non è una cosa)

La storia della signora Giulia che ha cercato 23 ospedali dove abortire, non si può ridurre a canzonetta come ha fatto Massimo Gramellini sul Corriere. Commento di MONICA MONDO

03.03.2017 - Monica Mondo
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Foto dal web

Massimo Gramellini, nei suoi fortunatissimi “Buongiorno”, che ora sono passati al Caffè mattutino del Corriere, ha usato ieri il titolo di una canzonetta per parlare di cose serissime. Disperatamente Giulia, del gruppo Le Vibrazioni. 

Giulia è la signora padovana di 41 anni che pur usando la spirale rimane incinta “e fatica a capire il perché”. E vaga da un ospedale all’altro della sua regione per abortire. Ma non c’è posto nell’albergo, si diceva in un altro peregrinare. O i medici sono obiettori, dunque Giulia “disperatamente” deve girare un po’, poi punta i piedi e un ostello dove scaricare il bambino lo trova.

Non entro nella vita di Giulia, ma vorrei suggerire l’imprevisto, che non è mai un caso, checché se ne dica. La spirale non funziona, in ospedale non ti fanno abortire sic et simpliciter. Forse ci puoi pensare, forse quel bambino lo puoi tenere, anche se hai 41 anni e ne hai già altri due. Che obiezione è? 

A 41 anni oggi in tante fanno il primo figlio, e le nonne in tempo di guerra sapevano che dove mangiano in due mangiano in tre, e pure in quattro o cinque. Già, ma erano coniglie, e oggi la legge permette come diritto l’autodeterminazione, anche se si tratta per l’aborto di determinare la vita di un’altra persona, non la propria.

Persona, ho detto, ed è questo il discrimine fondamentale: per alcuni un bimbo al secondo mese non è persona, come non lo è un disabile grave, un malato terminale, e forse un nonno rimbambito, chi può dirlo, la percezione varia a seconda del carattere, della psicologia, delle condizioni, dei desideri. Ma se l’essere persona è dipendere, allora non si è più persona facilmente, basta poco. 

C’è chi pensa che persona sia un essere umano da quando è concepito a quando naturalmente muore, e vada difeso sempre. Come la fai una legge che metta d’accordo queste due concezioni dell’umano? A maggioranza. Ma non puoi obbligare le coscienze a uniformarsi a una legge sbagliata. Puoi escogitare sotterfugi, tipo comminare assunzioni solo se ti conformi, e beccarti i ricorsi, doverosi, per una discriminazione odiosa. Puoi affidarti ai giudici, che le leggi le anticipano, e colmano il vuoto normativo, si dice, o magari lo allargano, il vuoto della mente e del cuore, decidendo in base alle proprie idee e convenienze. 

Oggi se non ti adegui sei vetusto, antiprogressista, medievale. Il problema è che nel battage martellante, quotidiano, per trasformare ogni palpito in diritto, ogni ghiribizzo in pretesa, perdiamo il senso e il valore di azioni che ci paiono normali, routinarie, da esigere.

Voglio un figlio. Lo voglio senza che ci sia un padre. O una madre. Lo voglio con i miei compagni e compagne. Lo voglio sano, e magari intelligente e biondo o moro. 

Se per disgrazia non è sano, non lo voglio più, e anche io non mi voglio più, se sono malato, o depresso, o stanco. Che questa sia la sacrosanta libertà di scelta, è diventato così ovvio e banale che nessuno si pone più domande semplici e scomode, tipo: sono proprio sicuro che sia giusto così, che quel grumo di cellule non possa nascere, che non sia già vita, che abbia dritto a due genitori come natura chiama, che io possa dire degna una vita anche se non produce, se ha bisogno di assistenza, di compagnia, di cura continue? 

Non sto dando la risposta. Dico che bisogna tener vive le domande. Non sono solo canzonette. 

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