DJ FABO / Fine-vita: Lorenzin, “in Parlamento legge su testamento biologico, non eutanasia”

- La Redazione

Dj Fabo, eutanasia e suicidio assistito: ultime notizie di oggi 3 marzo 2017. Mina Welby per una legge subito sull’eutanasia, Mirabelli della Consulta “non esiste diritto alla morte”

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Dj Fabo (Foto dal web)
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Sempre a L’intervista ieri sera su Canale 5 e sempre sul caso Dj Fabo, il ministro Lorenzin è arrivata alla forte discussione con Maurizio Costanzo per quanto riguarda il tentativo del giornalista di condannare chiunque non “si muova per accelerare i tempi della legge sul Fine-Vita”. In particolare, Costanzo ha fatto notare alla Lorenzin: «n Italia c’è un equivoco ‘Finché c’è vita c’è speranza’ ma non è vero. Per il povero Fabo, finché c’era vita, c’era solo sofferenza, umiliazione, disperazione», ma il ministro della Salute ha saputo replicare in maniera altrettanto efficace, riaffermando quanto si sta già facendo e quanto invece è ancora mancante il Parlamento. Ma non nella direzione dell’eutanasia, comunque sia: «n Parlamento c’è una legge che però non è sull’eutanasia ma sul testamento biologico. Una legge che è già calendarizzata e permette alle persone di scegliere in modo più profondo e più attento, il proprio percorso diagnostico. Questo però non deve essere un alibi per chi fa l’assistenza sanitaria, per abbandonare le persone. Io penso alle persone anziane, che sono tante, si ammalano e non devono sentirsi un peso per la propria comunità».

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Dj Fabo, l’eutanasia e la scena drammatica di tutti i malati in quelle condizioni; anche sul “caso del giorno” è intervenuto il ministro Beatrice Lorenzin ieri a L’Intervista con Maurizio Costanzo su Canale 5. Al duro attacco fatto dal giornalista Mediaset – che ha invitato tutti gli italiani a non votare chi tiene ferma la normativa in Parlamento – la ministra della Salute ha replicato: «Quando si parla della morte, forse c’è un mistero più grande rispetto a quello della vita stessa. È un argomento delicatissimo. Ogni persona ha una storia a sé, è un mondo, un universo. Io in questi anni mi sono occupata della vita delle persone, noi abbiamo richieste incredibili di persone che sono in condizioni difficilissime e che vogliono vivere e vogliono essere supportate. Per questo, il lavoro come ministro è stato tutto un lavoro sulla terapia del dolore, permettere la sedazione profonda, aiutare con la formazione degli hospice, l’accompagnamento nell’ultima parte della malattia, non lasciando le persone sole». Secondo il ministro però un tema, come quello del suicidio assistito, è chiave e non intende fare passi indietro: «Ognuna di queste persone che decide di fare un gesto così estremo, come quello di farsi aiutare a togliersi la vita, è evidente che è un po’ un fallimento di tutta una comunità. Questo credo debba farci riflettere e farci essere molto più attivi nell’aiutarli, perché nella storia di una malattia ci sono tanti momenti diversi e ci sono fasi in cui hai bisogno di un supporto». L’aggiunta finale è specificamente sula storia di Dj Fabo, con Costanzo che incalzava, «Quella di dj Fabo è una storia talmente drammatica che io non mi sento di fare commenti perché immagino la situazione terribile che hanno vissuto lui e i suoi familiari, che lo hanno visto così».

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Il confronto sull’eutanasia è aspro e molto serrato dopo il suicidio assistito di dj Fabo che ha inevitabilmente riaperto un argomento che sotto traccia da anni è presente nella politica e anche semplice società umana. Diritto alla vita, diritto alla scelta tra vita e morte: su questo crinale si muovono i pareri ancora in questi giorni successi alla morte di Fabiano Antoniani e in attesa dell’approdo in Aula (il prossimo 13 marzo). Ieri ha parlato la moglie di Piergiorgio Welby, uno dei casi più celebri di eutanasia in Italia; era il 2006 quando, da tempo costretto immobile in un letto a causa della distrofia muscolare, Welby ottenne da un medico l’aiuto a staccare il respiratore. La moglie Mina, copresidente della associazione Luca Coscioni. ha sottolineato a LaPresse come in Italia non si possa perdere altro tempo su questi temi: «Se io favorevole alla eutanasia? Io non sono favorevole all’eutanasia ma sono favorevole a una legge che la regoli. Non per tutti. I depressi, in Svizzera, non vengono aiutati a morire, ad esempio. Bisogna evitare che il medico venga incolpato di omicidio se è necessario accompagnare il malato somministrando un farmaco che lo aiuta a morire. Bisogna fare una legge, non bisogna avere paura. Ci sono casi, come Dj Fabo, in cui non c’è altro da fare. E lui aveva chiesto questo». Ma proprio merito della legge e delle varie sfaccettature che potrà e dovrà avere la legge sul Fine Vita in discussione in Parlamento, il parere autorevole del presidente emerito della Consulta, il professore Cesare Mirabelli, è indirettamente in disaccordo con quanto richiesto da Mina Welby. «Massimo rispetto per le persone, per le loro famiglie e per il loro dolore, ma a chi reclama un ‘diritto’ all’eutanasia obietto che dallo stato non può essere previsto. Non esiste un diritto costituzionale alla morte. Questo non significa che la morte non possa sopraggiungere in rapporto alla mancata prestazione di trattamenti sanitari per i quali occorra il consenso della persona». A chi richiede che il medico possa eseguire in toto le volontà del paziente, chiunque esso sia e in qualunque stato versi, Mirabelli risponde: «L’attività del medico è, deve essere, orientata alla cura, al recupero della salute, al sollievo della sofferenza. Il medico, poi, è chiamato a esprimere un giudizio di proporzionalità tra gli interventi da effettuare e le reali prospettive di riuscita o di rischio degli stessi. A questo serve il consenso informato: evitare di assumere rischi eccedenti rispetto ai possibili benefici per il paziente. Tanto che, parliamoci chiaro, è nato più che altro come un presidio ‘difensivo’ per i medici». Secondo il professore infine, «la salute di ciascun cittadino è anche «interesse della collettività, ma la salute presuppone la vita. E questo è uno dei pochi casi» in cui la Carta definisce espressamente un diritto «fondamentale».

Il caso di Dj Fabo ha aperto la via ad altri pazienti in Italia da anni sofferenti e che vogliono seguire le “orme” del dj Fabiano Antoniani: tra eutanasia, suicidio assistito e fine vita la confusione è sempre massima in questi casi e ogni caso deve essere giudicato e valutato per quello che è senza fare comunanze o banali generalizzazioni. Eppure, a Rimini, avviene che due malati colpiti da guai degenerativi che non lasciano speranze di miglioramenti di vita, chiedono tramite l’associazione Luca Coscioni (quella utilizzata da Dj Fabo per andare in Svizzera) di poter porre fine alle proprie sofferenze. La richiesta per saperne di più è arrivata alla sede riminese della Luca Coscioni, come racconta Ivan Innocenti, membro del Consiglio generale dell’associazione, che racconta a Il Resto del Carlino: «volevano solo acquisire informazioni in considerazione della loro gravissima situazione che non lasciava nessuno scampo. Poi non sappiamo che cosa abbiamo deciso. Sia chiaro che nessuno di noi è a favore del suicidio: noi diamo le informazioni che ci vengono richieste. Volevo comunque sottolineare che c’è una via italiana per chi ha malattie che non lasciano nessun tipo di speranza e che è l’interruzione dei trattamenti. Certo si tratta di qualcosa di diverso a quello che viene fatto in Olanda dove esistono azioni di eutanasia o in Svizzera dove c’è la possibilità del suicidio assistito ma la persona deve compiere l’ultima azione in modo autonomo». (Niccolò Magnani)

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