JIHADISTI A VENEZIA/ “La bomba a Rialto? Il pericolo viene dai Balcani”

- int. Andrea Margelletti

Volevano far saltare il ponte di Rialto a Venezia: sgominata cellula terroristica kosovara nella città della laguna. A cosa siamo davanti? Il commento ANDREA MARGELLETTI

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Venezia (LaPresse)

Migliaia di turisti che passano per piazza San Marco a Venezia, fermandosi nei locali a bere qualcosa, ogni giorno. In due di quei locali, a molti di loro è capitato di essere stati serviti, ovviamente senza saperlo, da due jihadisti pronti a far saltare in aria il ponte di Rialto. E’ questa la situazione in cui viviamo in questi tempi di terza guerra mondiale “a pezzi”. I due facevano parte della cellula islamista sgominata a Venezia ieri, con loro una terza persona e pure un minorenne. Tutti di origine balcanica, del Kossovo per l’esattezza, Fisnik Bekaj, 24 anni, Dale Haziraj di 25 (già noto alle forze dell’ordine per problemi al lavoro) e Arjan Babaj, 27 anni, predicatore e leader della cellula. Uno di loro aveva anche combattuto in Siria arrivando in Italia via Kosovo e proprio i suoi movimenti hanno insospettito le forze dell’ordine. “Chi ha detto che l’Italia non rischia attentati perché ‘ponte’ tra il Nord Africa e l’Europa del nord, ha detto corbellerie” spiega al sussidiario Andrea Margelletti, analista ed esperto di difesa e intelligence. “Il caso di Venezia ci dice invece che siamo sempre stati a rischio e ancora lo saremo, ma fortunatamente abbiamo una intelligence e un antiterrorismo tra i migliori del mondo”.

Siamo davanti a una novità: per la prima volta viene sgominata una cellula terroristica che voleva colpire in Italia, invece che fare da coordinamento per attentati in altri paesi. Che cosa significa questo secondo lei?

Significa che di fronte a una naturale evoluzione dei movimenti jihadisti come quella a cui stiamo assistendo, pensare che nel nostro paese chissà per quale ragione le cose sarebbero rimaste così come eravamo abituati è semplice follia.

Si è sempre detto che l’Italia era esente da attentati in quanto utile come “ponte” fra il Nord Africa e paesi come la Germania e la Francia. Non è così allora?

Chi ha detto una corbelleria del genere si ne assume la responsabilità. La nostra intelligence e il nostro antiterrorismo da tempi non sospetti hanno dimostrato di saper leggere le vicende. C’è anche chi ha detto che in Italia non è mai successo niente per “pura fortuna”. Napoleone diceva che voleva solo generali fortunati, ma alle spalle aveva la Grande armata, un esercito quasi imbattibile. La fortuna da sola non basta mai.

La nostra intelligence dunque si dimostra più che valida?

Non solo l’intelligence, ma anche il nostro antiterrorismo, i Ros dei carabinieri e i reparti specializzati della polizia di stato.

L’altra notizia è che la cellula era composta da persone del Kosovo: siamo davanti a una pista dei Balcani, una nuova minaccia inedita?

Per chi sa leggere i fatti non c’è nulla di inedito. Proprio dieci giorni fa alla Camera dei deputati si è tenuto un convegno promosso dalla delegazione italiana presso la Nato e dal Cesi, l’istituto di studi internazionali che dirigo. Il tema è stato proprio la radicalizzazione dei Balcani e hanno partecipato esponenti serbi, kossovari e altri. Chi sa dove cercare sa sempre cosa trovare.

Si può parlare di elementi legati all’Isis o a eredi della vecchia guerra nell’ex Jugoslavia?

L’Isis non è una realtà statuale, è un modello di stato. E’ naturale che queste persone sentano un legame con l’Isis, ma dobbiamo dire che la guerra nei Balcani ha piantato un seme e questo seme è cresciuto. Il tutto in una sostanziale disattenzione mediatica, ma non dell’antiterrorismo che ha tenuto sotto controllo questa pista.

Il ministro Minniti ha lanciato un piano antiterrorismo in cui si rimanderanno indietro più migranti che in passato. “Non mi accontento del foglio di via” ha detto. Che ne pensa?

Per abitudine non commento le parole dei ministri, ma sono certo che Marco Minniti quando parla, sa di cosa parla.

Tra le sue iniziative maggior intelligence e maggior controllo del territorio. Su questo è d’accordo?

Assolutamente sì. Detto da analista quale sono io, non accontentarsi delle informazioni ma farne una analisi e comprendere di più invece che pensare a bombardamenti e a interventi armati è sicuramente meglio.

Dopo questa notizia di Venezia, l’opinione pubblica ha motivo di essere più allarmata di prima?

Di più no, continuiamo a temere moltissimo il terrorismo come ieri e come dovremo fare domani. Ma Venezia ci pone davanti a un fatto positivo, dimostrando che i servizi dell’ordine sanno fare il loro mestiere. La speranza è che possano continuarlo a farlo. La sicurezza al cento per cento non esiste.

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