EUTANASIA?/ Giovanna, malata di Sla: nessuna compassione, la mia vita è un dono

- Rodolfo Balzarotti

Dopo la morte di dj Fabo siamo attorniati da “martiri” che decidono di farla finita in nome della “dignità” della vita. Ma qualcun altro ha fatto la scelta opposta. RODOLFO BALZAROTTI

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Eutanasia (LaPresse)

La morte per suicidio assistito di dj Fabo ha messo in moto una campagna mediatica realmente imponente a favore dell’eutanasia, costruendo un’evidenza pubblica che è pressoché impossibile scalfire. E questo proprio mentre la politica — la cui miseria sta sotto gli occhi di tutti — sta affrontando questo delicatissimo tema.

Di fatto ciò che a tutti sembra ovvio è che la vera compassione sta nel risparmiare alle persone condizioni di vita che appaiono francamente intollerabili. Ed evidentemente, chiunque, quale che siano i suoi principi ideali, anche magari contrari all’eutanasia, non può non sentirsi toccato su questo punto.

Questo mi fa pensare che l’argomento “compassionevole” in questo momento porti oggettivamente le opinioni a propendere per la soluzione della cosiddetta “buona morte”. 

Mi chiedo quale altro argomento potrebbe permetterci una visione più intera della realtà, o comunque aprire una prospettiva inedita e forse anche più suggestiva.

Mi colpisce che in questo compatto muro mediatico di cui dicevo si sia aperta però una piccola falla. La grande informazione non ha potuto ignorare il caso di una donna, semplice madre di famiglia, residente in una cittadina alle porte di Milano. 

Si tratta di Giovanna De Ponti, sposata Conti, di Bresso, malata di Sla, attualmente dipendente da macchine che ne permettono la sopravvivenza e totalmente immobilizzata. Muove solo gli occhi, che leggendo una tabella trasparente con le lettere le permettono di comunicare, e la bocca che le permette di sorridere.

Ho avuto la immensa grazia di conoscerla già ormai da diversi anni, da quando ancora era sana. E fino a quel punto non è che la vita fosse stata per lei una passeggiata: sposata felicemente con sei figli, uno più bello e intelligente dell’altro, a quarant’anni le è stato ammazzato il marito a seguito di una rapina sempre rimasta impunita.

E lei, sostenuta dalla famiglia e da una comunità di amici, ha tenuto duro portando quasi tutti i figli alla soglie dell’età adulta e del matrimonio. Poi, intorno ai sessant’anni, la malattia.

Il decorso è stato rapido, in tre anni ha perso qualsiasi autonomia, compresa nutrizione e respirazione. Ma io non l’ho mai vista in posizione di chi semplicemente subisce. Ha accettato tutte queste condizioni con una misteriosa e drammatica “curiosità” (uso con molta cautela questo termine, ma non so trovarne uno migliore), desiderosa di scoprire che cosa la vita, anche nelle sue tenebre, comunque le avrebbe rivelato.

Al punto da desiderare di testimoniare questa sua ricerca attraverso un libro, un favola per bambini che lei aveva scritto dopo la morte tragica del marito e che ora desiderava ripubblicare in una veste più bella e ambiziosa.

Mi ha fatto la grazia di chiedermi di aiutarla in questa impresa. Il libro è uscito il Natale di due anni fa, e lei ne ha scritto le ultime pagine dettandole con il sistema laboriosissimo della tabella: per scrivere due pagine ci sono voluti diversi giorni di dettatura. Ma lei non si è mai scoraggiata.

Quello che più conta è che casa sua nel frattempo è diventata un porto di mare: un numero indescrivibile di persone, di amici, di amici di amici, e amici di amici di amici — in una catena infinita, che si estende anche ad altri paesi e continenti — la vanno a trovare quotidianamente, passando con lei un’ora o due, raccontando di sé soprattutto, e ricevendo solo qualche scarna frase o commento da parte sua. Come dice Giovanna, le portano il mondo in casa.

Nella sua totale immobilità e impotenza, lei ha assunto la forza di una calamita: sta immobile, ma attrae.

Ma perché questo movimento di persone attorno a lei? Sono persone benintenzionate, desiderose di compiere quella che si chiama “un’opera di misericordia corporale”, visitando un’inferma? 

Anche, ma c’è molto di più. Ecco il motivo per cui dico che l’argomento compassionevole — in questo nostro mondo in cui i sentimenti facilmente degenerano in sentimentalismo — non tiene.

Credo che si debba ricorrere a un parola senza della quale ogni affetto o amore sono equivoci, e che invece è il test del vero amore. Naturalmente anche questa è una parola inevitabilmente usurata e banalizzata, e bisogna fare uno sforzo per restituirle la sua integrità. 

Si tratta della parola stima

Quel movimento di persone che accade attorno a Giovanna nasce da una stima. Con questa intendo: il riconoscimento che in lei, così come è, nella situazione in cui è, c’è qualcosa di prezioso, meglio, di infinitamente prezioso, perché dischiude una possibilità per la vita di ciascuno, una aperture nel muro delle circostanze più negative, quelle che ci possono soffocare.

Allora bisogna avere il coraggio e la coerenza di trarre tutte le conseguenze che ne derivano.

Papa Francesco non cessa di richiamare il valore delle “periferie”, dei reietti e degli “scarti”. Ho molta stima della intelligenza di questo papa, e sono sicuro che — d’altra parte lo chiarisce lui stesso in modo esplicito in tanti contesti — il suo non è un mero richiamo pietistico.

Piuttosto egli ci ricorda che le periferie — e quali periferie più estreme di coloro che stanno sui margini della sopravvivenza fisica? — sono l’effettiva base della vita del mondo. Sono la “pietra scartata” che è in realtà la “pietra angolare”. Sono il sostegno sui cui noi, sani, benestanti, poggiamo, per lo più ignari di ciò.

Togliamo di mezzo queste periferie, questi “scarti”, e il mondo avrà basi più fragili. Sotto i nostri piedi di sani e benestanti si aprirà sempre di più una voragine di incertezza e di paura che potremo tenere a bada solo con un’imponente opera di rimozione. Ma un minimo scarto dalla normalità, una minima contraddizione, una minima nota stonata, e la vita ci apparirà insopportabile. Anche per molto meno di ciò che certamente a DJ Fabo e a Giovanna è toccato di sopportare.

Penso che persone come Giovanna rappresentino l’eroismo del mondo. E come tali debbano essere guardate e rispettate, oltre che curate e accompagnate. Ma prima di tutto dobbiamo accettare di essere accompagnati da loro.

Mi colpisce che la narrazione dei media tenda a rappresentare dentro un’aura di eroismo coloro che, in nome della “dignità della vita”, scelgono di morire. Quasi come dei moderni “martiri” laici. E ammetto che questa immagine colpisce la sensibilità di chiunque. D’altronde non posso che provare un profondo rispetto per le loro persone e per il mistero della loro scelta. Ma resta una scelta che non riesco a seguire fino in fondo. 

Anche perché qui si apre una drammatica alternativa che non sarebbe il caso di ignorare. Se morire in nome della “dignità della vita” è la scelta che approviamo — giacché con essa il malato libera se stesso e gli altri di una condizione che appare triste e angosciante, sgravando i suoi cari e la società stessa dell’onere di complesse e costose cure — che dobbiamo dire di coloro che accettano di vivere una “vita non degna”, come Giovanna e chissà quante altre persone nel mondo? 

Posso solo rispondere che Giovanna è per me un sostegno, così come per tutta la sua famiglia e i suoi amici. La vado spesso a trovare perché mi aiuta a stare nella vita e nelle sue prove. Giovanna ha accettato di attraversare la morte che sta dentro alla vita: le circostanze buie e oscure che sembrano toglierci la visione del futuro e che quindi rendono quasi preferibile la morte. Ma lei le ha attraversate, le sta attraversando, perché oltre la valle oscura ha intravisto una più grande luce. E ci fa intuire che nemmeno la morte-morte potrà avere l’ultima parola.

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