EUTANASIA/ Mazzi (Famiglie per l’accoglienza): in un bambino Down c’è sempre una domanda nascosta

- La Redazione

Sono numerose le esperienze di accoglienza in Italia, associazioni nate per rispondere al bisogno di chi soffre e di chi è solo. MARCO MAZZI (Famiglie per l’accoglienza) e PAOLO AROSIO

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Foto LaPresse

Marco Mazzi, presidente nazionale di Famiglie per l’Accoglienza, interviene sulla vicenda di Fabiano Antoniani, “dj Fabo” richiamando la necessità — per prima cosa — di fermare le parole davanti a questa scelta.

“Davanti al dramma di una persona che sceglie di non vivere, davanti al mistero di una vita piena di dolore, davanti alla domanda gridata che farla finita sia un diritto, davanti al dibattito mediatico dei commenti e delle strategie politiche si resta senza parole — ha scritto Mazzi in una nota pubblicata sul sito dell’Associazione —. Il rispetto per la storia di ciascuno, della sua esistenza, dei suoi tentativi, dei suoi legami, spinge al silenzio”.

A margine di questa dolorosa vicenda e a partire dall’esperienza dell’Associazione, che da trentacinque anni riunisce famiglie che vivono in vari modi (affido, ospitalità, adozione) l’accoglienza dei più deboli e piccoli nelle proprie case, Mazzi osserva che “l’accoglienza è un modo di rapporto tra le persone oggi sempre più necessario. L’accoglienza può lasciare le persone meno sole, può accompagnare anche chi si trova di fronte a un grande dolore, senza uno scopo per cui vivere. Certamente il riconoscimento che la vita è un dono, che Qualcuno ce l’ha donata, e continua a donarcela, apre il nostro gesto al suo più profondo e costruttivo significato”.

“C’è qualcosa oggi più che mai da domandarsi — dice Paolo Arosio, dell’Associazione Amici di Giovanni che, all’interno di Famiglie per l’Accoglienza, riunisce famiglie con figli con handicap —: chi vale oggi, quale vita immaginiamo come buona, quali modelli, attese, successi, capacità rendono la nostra vita degna?”.

Secondo Mazzi e Arosio si allarga la “cultura dello scarto” di cui parla papa Francesco, che non riconosce l’altro innanzitutto come un bene, “comunque entri in rapporto con noi, e ci chieda di cambiare”.

“Non è un caso se questo è il tempo in cui non nascono più bambini Down — aggiunge Arosio —. Noi, genitori di bambini così o che abbiamo accolto nelle nostre case bambini e persone segnate dalla malattia o dall’handicap, abbiamo sperimentato quanto questa sfida, pur con tutto il suo dolore, sia grande e preziosa. Un’avventura faticosa e piena di vita. Noi desideriamo ricordare, partendo da quello che accade nelle nostre case, che l’altro è un bene, a volte misterioso e nascosto, ma prezioso e da accogliere”.



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