SUICIDIO ASSISTITO PER I MALATI DI MENTE/ Storia di Adam: amo i miei amici, ma voglio morire

- Vittorio Crippa

In Canada si discute il suicidio assistito per i malati di mente. Le sofferenze che provano sono fisiche e non sempre non sono in grado di intendere e volere, o ragionare razionalmente

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Sul tavolo del primo ministro del Canada Trudeau (sì, quello che ha acquisito simpatia e fama in tutto il mondo per essere molto bello) c’è il testo di legge che garantisce l’accesso al suicidio assistito ai malati mentali.
Il suicidio assistito o l’eutanasia per i malati mentali e i bambini è un tema che suscita ancora (chissà per quanto) una repulsione emotiva in molte persone, ma che, con fredda logica burocratica, finisce sempre più spesso sul tavolo dei legislatori dei paesi “avanzati”. Questo, in fin dei conti, la dice lunga sul domino che un certo modo di intendere il diritto nella cultura occidentale ha innescato sul tema dell’eutanasia e delle sue “sottospecie”.
Di più, come rileva oggi LaVerità, la legge in discussione in Canada sull’accesso al suicidio assistito delle persone con disturbi mentali è addirittura più restrittiva rispetto alle linee guida proposte dalla commissione parlamentare che aveva il compito di analizzare questa possibilità. E questo certamente la esporrà in futuro a critiche, sentenze avverse e revisioni.

E già per il primo testo di legge sull’eutanasia c’è chi, come Melanie Vachon psicologa e membro del Centro per la ricerca sul suicidio e l’eutanasia dell’Università del Qebec, ha registrato uno “smottamento” di una norma concepita per casi eccezionali che ha fatto in meno di un anno 800 morti segnando così il “fallimento dell’intenzione originaria”.

Ma anche in Canada, il vaso di Pandora aperto da questa legge non è più possibile richiuderlo, e quando il parlamento si è trovato a dover giudicare il caso di Adam Maier Clayton, già si sapeva come sarebbe finita. Maier-Clayton è morto per suicidio questo mese. Ma da oltre un anno la sua vicenda infiammava i giornali canadesi. “Ho provato di tutto, otto, nove tipi diversi di farmaci, fatto psicoterapia tradizionale freudiana, quella cognitivo-comportamentale, e ancora tante altre. Ma la quantità di dolore che provo io in un solo giorno spezzerebbe chiunque. In un mondo perfetto mi piacerebbe una vita migliore, ma in quello reale c’è la possibilità che continui a peggiorare e non voglio sopportarlo a tempo indeterminato”.

La lettera mandata al Globe and Mail prosegue con il racconto di una vita costellata da problemi e l’assoluta mancanza di speranza che le terapie farmacologiche o psichiatriche possano guarirlo o dargli in qualche modo sollievo. “Il numero di persone meravigliose che ho incontrato nella mia vita è quasi infinito. La realtà è che per quanto li ami il loro conforto è per me inutile. Lo apprezzo, ma non riesco a guarire. Chiedo l’accesso al suicidio assistito per chi è neurobiologicamente condannato”. “La mia malattia mentale non preclude un consenso informato, perchè ragiono razionalmente. Solo provo molto dolore e questo insopportabile dolore è causato da una malattia mentale e non fisica, ma è ugualmente concreto”.

Sono argomentazioni che hanno fatto breccia nel legislatore e che probabilmente porteranno al varo del disegno di legge, che potrebbe introdurre solo qualche ulteriore vincolo sulla “ragionevolezza della morte in tempi relativamente brevi”.

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