RACCONTI CHOC DI STUPRATORI E PEDOFILI/ “Ecco come ho violentato le mie vittime di 14 anni”

- Silvana Palazzo

A Bollate l’unico progetto italiano sui condannati per reati sessuali: viaggio tra i racconti choc di stupratori e pedofili per scoprire il programma di Paolo Giulini per evitare recidive

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LaPresse

È possibile mettersi alle spalle un passato da stupratore o da pedofilo? La risposta è affermativa per Paolo Giulini: è un criminologo che undici anni fa ha elaborato un progetto per evitare che stupratori e pedofili facciano altre vittime dopo aver scontato la loro pena in carcere. Punire queste persone è giusto, ma è importante scongiurare recidive: per questo nel carcere di Bollate c’è un’unità di trattamento intensificato prevista i detenuti condannati per reati sessuali contro donne e minori. Si trovano al secondo piano settore B, al settimo reparto, dove storie scioccanti si intrecciano: da quella di un 24enne condannato per pedofilia a quelle di uomini di mezz’età che sono stati operai o professionisti. «Sono un porco, mi piace fare certe cose. La stranezza aumenta il piacere…». «L’ho obbligata a un rapporto sessuale orale sotto la minaccia di una pistola. Volevo avere il suo controllo». In questi casi il rischio di una “ibernazione penitenziaria” è alto: se quando entrano in carcere non vengono trattati per prendere coscienza del reato commesso, riproducono gli stessi meccanismi che provocano i loro atti una volta usciti. «Abbiamo trattato 248 persone in carcere e 188 fuori. Di questi, in carcere abbiamo avuto sette recidive e fuori tre. Un dato eloquente rispetto all’efficacia del nostro intervento», ha dichiarato Giulini ai microfoni di Libero. L’idea potrebbe apparire come un’impresa folle, ma l’intervento psicologico sugli autori dei reati sessuali è previsto dalla legge 172 del 2012 e dalla convenzione di Lanzarote del 2007. In Francia il trattamento è obbligatorio, in Italia sono pochi gli interventi di questo tipo e quello più intensivo è quello di Bollate. Il problema è sempre lo stesso: carenza di risorse. Il trattamento comunque dura un anno, nel quale i detenuti devono prendere coscienza del reato commesso. Il programma è intenso, perché bisogna guardare in faccia il male compiuto. Vietato minimizzare: «Piaceva anche a lei. La ragazzina di 12 anni mostrava interesse per me». Oppure: «Mentre la abusavo, quella donna sospirava perche´ provava piacere». Ci sono psicologi, criminologi e psicoterapeuti che tengono corsi di educazione sessuale e di prevenzione della recidiva. Nella “squadra” c’è anche un ex calciatore, Sergio Martinelli, che si occupa della gestione dello stress attraverso l’attività motoria. Per partecipare al programma bisogna superare un test di valutazione della durata di tre mesi: chi ha problemi di tossicodipendenza o alcolismo, chi soffre di psicosi e non parla bene l’italiano è escluso. «Il lavoro con voi e` per evitare nuove vittime», ribadisce Giulini rivolgendosi ai suoi “pazienti”.



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