MORTO IL BIMBO CADUTO NEL POZZO/ Contro la cattiveria del non-senso, qual è la nostra domanda?

- Laura Cioni

Non ce l’ha fatta il piccolo bambino italiano di origine rumena caduto in un pozzo a Velletri sabato scorso. Il dolore innocente non cessa di farci gridare e domandare. LAURA CIONI

incidente_omicidio_carabinieri_1_lapresse_2017
LaPresse

La sofferenza e la morte dei bambini è un grande mistero sul quale si affaccia la ragione dell’uomo. Dal feto che durante l’aborto — dicono gli esperti — si aggrappa ai tessuti della madre per non esserne strappato con la forza, alle vittime delle guerre, della povertà e della violenza, al piccolo rumeno precipitato nel pozzo a Velletri, che non ha resistito ai traumi di una caduta di nove metri e si è spento all’ospedale pediatrico Bambin Gesù. Non aveva ancora due anni ed era sfuggito alla sorveglianza di sua madre mentre giocava e si era spinto verso la cisterna protetta da un muretto di pochi centimetri. Solo la sorellina se n’era accorta, ma troppo tardi. Era caduto giù e a nulla è servito lo sforzo del nonno, che calatosi all’interno con un tubo per l’irrigazione l’ha tenuto fuori dall’acqua, fino all’arrivo dei pompieri che l’hanno estratto dalla cavità. Poi il ricovero e i tentativi dei medici di intervenire in condizioni molto critiche. Più breve la sua agonia di quella di Alfredino, che 35 anni fa, prigioniero di un pozzo profondo e angusto, tenne col fiato sospeso l’Italia intera. 

Ieri come oggi non ci fu nulla da fare. Ma oggi forse siamo più distratti, o più abituati alla cronaca di omicidi di ogni tipo, di risse, di rapine, per provare pena per questo piccolo e per i suoi parenti? Forse un animo che non accetta se non di occuparsi di sé ne ha abbastanza della sofferenza e volge altrove lo sguardo?

Ivan Karamazov, il razionalista, aveva invece il merito di affrontarlo il dolore innocente, facendone il perno della sua negazione di Dio. Nel dialogo con il fratello Alëša, in modo lucido e pieno di passione Ivan dichiara che, tralasciando ogni altra questione, la sofferenza dei bambini, ingiustificata, ingiusta lo spinge a non volere il ripristino dell’armonia delle cose, anche alla fine del mondo. Le lacrime degli innocenti sono un prezzo troppo caro per la verità finalmente svelata, per il perdono. 

Tanto è stringente la logica di Ivan, tanto efferati sono gli episodi che la illustrano che il fratello, il monaco che lo starets Zosima ha inviato nel mondo per farvi risplendere un raggio di religiosità e di mitezza rimane quasi senza risposte. Esita persino a riproporre a Ivan la figura di Gesù sofferente. Sono due uomini che non rifiutano la realtà del dolore. Per il primo esso è uno scandalo, per il secondo l’occasione di un silenzio che se lo assume, che lo fa suo, prima ancora di rivelarne il senso.

In una nota pagina di Manzoni anche Renzo si trova di fronte alla morte di Cecilia, al dolore di sua madre. E’ immerso in una città decimata dalla peste, cammina per vie in cui sospetti e brutalità hanno la meglio, e per di più anche lui ha il suo problema da risolvere, ritrovare Lucia. E di fronte al piccolo corpo composto e appoggiato a sua madre “con un abbandono più forte del sonno”, la sua pietà umana si scioglie in preghiera. E’ un uomo semplice Renzo e quanto vorremmo imparare da lui la grandezza d’animo che trasforma il sentimento in invocazione.



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori