Papa Ratzinger/ Benedetto XVI: “se Dio sparisce, la tecnica non può salvare l’uomo”

- Niccolò Magnani

Papa Emerito Benedetto XVI: il nuovo libro d Joseph Ratzinger sul futuro e il tempo, “la tecnica non salverà l’uomo, solo la relazione con Dio ad immagine e somiglianza è la speranza”

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Papa Benedetto XVI (LaPresse)

Un nuovo libro per i 90 anni del Papa Emerito Benedetto XVI, un raccolta di scritti inediti per riportare al centro della discussione il futuro, il tempo e il problema della tecnica. È così che è uscito oggi il piccolo saggio “Il tempo e la storia. Il senso del nostro viaggio”, dove Joseph Ratzinger ripercorre con scritti degli anni Settanta e Ottanta la sfida lanciata al mondo non solo della Chiesa ma anche della tecnica, della tecnologia e del futuro. «L’uomo di oggi ha lo sguardo rivolto al futuro. La sua parola d’ordine è progresso, non più tradizione, speranza o fede», scrive nella premessa Benedetto XVI; «l’uomo, tutti noi, amiamo circondarci di oggetti preziosi della storia, ma tutto questo conferma soltanto che quei tempi sono passati e che il regno di oggi è proprio il domani. Il mondo che l’uomo stesso costruisce». Parte da questa lucida visione la grande disamina del tempo presente con lo sguardo sempre rivolto al domani dell’essere umano, non solo il cristiano: molto interessante il passaggio evidenziato dall’anticipazione uscita su La Stampa in cui Ratzinger pone forte accento sulla contraddizione della tecnica. Si può scoprire e andare sulla Luna, eppure non si può «ancora impedire che anno dopo anno migliaia e perfino milioni di persone muoiano di fame, perché non siamo in grado di dare a milioni di esseri umani, nostro fratelli, un’esistenza degna dell’uomo, perché non siamo in grado di porre fine alla guerra e di arrestare l’ondata crescente di violenza». Secondo Benedetto XVI ieri come oggi, il potere tecnico non è necessariamente un potere umano o umanitario: «il potere di agire su se stessi sta su un piano del tutto diverso rispetto a quello dell’esecuzione tecnica». Così potente eppure sempre più insufficiente nel dare una risposta totalizzante alla sfida della realtà e del tempo che abbiamo davanti: «non ci accorgiamo così che la nostra avidità di vita distrugge il nostro futuro e la nostra esistenza». E dunque, che fare?

Per Ratzinger, tutt’altro che inattivo nonostante il ritiro a vita privata, la modernità fa sorgere una stranezza nell’uomo di oggi: «nel nostro presente l’esistenza umana è caratterizzata da forte disagio per la fede, ma non solo, anche per la scienza. Proprio nel momento in cui il pensiero moderno sembra essere giunto al suo termine, diventa palese la sua insufficienza e dobbiamo così arrenderci alla relativizzazione», scrive in maniera illuminante Papa Benedetto XIV. In soldoni, se il divino, l’elemento “Altro” dall’uomo, sparisce, la tecnica non è per nulla in grado di salvare l’uomo e sostituirsi come messaggio salvifico. E da qui il vero problema anche per l’intera chiesa cattolica: «Credo che oggi la tentazione cui siamo soggetti noi cristiani non consista tanto nel dubbio teoretico circa l’esistenza di Dio o in quello della sua unità e trinità, e neppure in quello della divinità e umanità di Cristo. Ciò che oggi veramente ci opprime e tenta è piuttosto la constatazione dell’inefficacia del cristianesimo». La lontananza dal divino, la frattura con ciò che costituisce la natura stessa dell’uomo, questo porta un senso di spaesamento strutturale che però la tecnica e la scienza non possono assolutamente sostituire secondo Papa Ratzinger. La vera speranza allora è in un recupero “educativo” di quanta relazione esiste tra noi, la realtà e il destino finale; «la tecnica diventa speranza solo se si lascia orientare dal concetto che l’essere umano è fatto a immagine e somiglianza di Dio, perché proprio qui sta il nucleo della sua essenza». Per Benedetto XVI l’uomo è infatti la stessa speranza dell’uomo, un legame paradossale che però viene compreso al termine della breve disamina lucidissima di questo per niente attempato 90enne. Con tanto di invito finale: «il vero amore allora comporta un morire, un ritrarsi verso l’altro, per l’altro e di fronte all’altro. Ma noi questo lo rifiutiamo e preferiamo la nostra conservata vita indivisa, potente ma in fin dei conti non risolutiva». Un’avidità che non può che portare alla distruzione della nostra esistenza, riportandoci alla luce il profondo desiderio di una relazione e un legame con quanto ci precede per poter finalmente camminare nel futuro in maniera salda; non “soli” ma “ben” accompagnati.

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