Lidl & Mafia/ Video, appalti nei supermercati: pm Boccassini, “sapevano chi corrompere”

- Niccolò Magnani

Lidl Commissariata e Vigilantes Tribunale di Milano: le mani della mafia di Cosa Nostra col clan dei Laudani. Ultime notizie, 15 arresti e i contatti tra appalti e cosche mafiose

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In una lunga conferenza stampa tenuta questa mattina dopo la notizia dei 15 arresti e delle numerose indagini su almeno 4 direzioni nazionali della Lidl, ha parlato il procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini. Commentando l’operazione portata a termine dalla Dda milanese, il giudice ha raccontato come sia stata «un’indagine molto complessa, condotta in perfetta sinergia tra la Polizia e la Gdf. Sono stati seguiti i passaggi di denaro, il denaro raccolto a Milano veniva consegnato alla famiglia Laudani». Il procuratore ha poi voluto aggiungere a margine, come tutti gli indagati e gli arrestati, ora accusati in maniera molto pesante, «sapevano chi corrompere, quali fossero le persone giuste da corrompere». 600 dipendenti che sono stati “tutelati” dall’amministrazione giudiziaria posta dalla Procura per proteggere i posti di lavoro, ed evirare di compiere di tutta un’erba un fascio, come hanno tenuto a specificare i vertici della Lidl.

Un’inchiesta coordinata dalla Dda di Milano ha portato all’arresto di 14 persone e al commissariamento di 4 direzioni regionali della Lidl e della società di vigilanza di Palazzo di Giustizia. La cosca mafiosa catanese dei Laudani era riuscita a mettere le mani su questi due obiettivi, come emerso dalle indagini durate quasi due anni. Attraverso una rete di società cooperative facenti capo a diversi imprenditori, la famiglia Laudani era riuscita ad infiltrarsi nel tessuto economico lombardo. In un’intercettazione si sente uno degli imprenditori, Emanuele Micelotta, prendere accordi con Enrico Borzì, affiliato considerato il cassiere della cosca. Ma – come riportato da Askanews – ci sono anche immagini di uno scambio di denaro tra Luigi Alecci, figura di riferimento di questo sodalizio, e Borzì. Quest’ultimo è protagonista anche di un’altra intercettazione ambientale che documenta altri scambi di denaro con l’imprenditore Giacomo Politi. Domenico Palmieri, sindacalista ed ex dipendente della provincia di Milano, sarebbe stato invece a libro paga della famiglia Laudani e avrebbe facilitato l’aggiudicazione degli appalti di pulizia nelle scuole milanesi a favore dei cinque imprenditori arrestati grazie alla conoscenza di Giovanna Afrone, responsabile del servizio gestione contratti trasversali di Palazzo Marino, finita ai domiciliari. (agg. di Silvana Palazzo)

Arriva la replica della Lidl dopo la clamorosa indagine che questa mattina ha portato la Dda Antimafia di Milano a porre sotto commissariamento bene sedi generali del supermercato tra i più diffusi in Italia. Il gip Giuio Fanales nell’ordinanza di custodia cautelare parla molto esplicitamente di «uno stabile asservimento di dirigenti della Lidl Italia srl, preposti all’assegnazione degli appalti, onde ottenere l’assegnazione delle commesse, a favore delle imprese controllate dagli associati, in spregio alle regole della concorrenza e con grave nocumento per il patrimonio della società appaltante», riporta TgCom 24. A queste parole, arriva la replica della Lidl che fa sapere «siamo completamente estranei, venuti a conoscenza solo oggi e da subito a completa disposizione delle autorità competente, al fine di agevolare le indagini e fare chiarezza quanto prima sull’accaduto», scrive una nota stamani della catena di supermercati.

«Lidl Italia non risulta indagata e non vi sono sequestri in atto», spiega al termine ancora il comunicato ufficiale. 60 perquisizioni tra Lombardia, Piemonte, Puglia e Sicilia, e sequestri preventivi di beni immobili e quote sociali, ma non solo, è l’intero sistema di presunte infiltrazioni mafiose a preoccupare. Come riporta l’Ansa sulle parole iscritte nel registro delle indagini, «la presunta associazione a delinquere avrebbe ottenuto commesse e appalti di servizi in Sicilia” da Lidl Italia e Eurospin Italia attraverso dazioni di denaro a esponenti della famiglia Laudani». In un video che pubblichiamo qui sotto vengono riportate alcune intercettazioni rilasciate dalla Polizia di Stato e che riguardano alcuni protagonisti della nuova maxi inchiesta su appalti e corruzione nel nostro Paese. 

Di “norma” è la mafia calabrese ad intervenire nei loschi affari tra Sud e Nord Italia, specie nelle zone più ricche della Lombardia: ma le 4 sedi della Lidl commissariate e la società di vigilantes privata del Tribunale di Milano sono stati posti in amministrazione giudiziaria questa mattina per legami diretta con la Mafia di Cosa Nostra, nello specifico con il clan dei “Laudani” di Catania. Il bilancio dell’ultima operazione della Dda di Milano ha del clamoroso: 15 arresti e accuse di associazione a delinquere, favoreggiamento e corruzione, in particolare sulla nota catena di supermercati Lidl, con ben 4 direzioni generali (su 10 totali in Italia) poste in amministrazione giudiziaria dopo presunti legami con la mafia catanese. Una a Milano in Lombardia, due in Piemonte e una in Sicilia, a Misterbianco. In tutto sono circa 200 i negozi collegati a queste quattro grandi direzioni generali: di fatto le sedi risultano indagate, mentre la società Lidl in quanto tale risulta non inserita nel registro delle indagini. Sono però le infiltrazioni mafiose a preoccupare con l’operazione della Dda che mira alle omissioni nei controlli verso alcuni appalti sospetti e legati, secondo l’accusa, al clan dei Laudani.

Non solo supermercati ma anche l’istituto di vigilanza privato del Palazzo di Giustizia di Milano: la Dda antimafia avrebbe scoperto che alcune società appaltanti i vigilantes del Tribunale avrebbero legami con la cosca dei Laudani di Catania e nella particolarità dell’accusa vi sarebbe questo reato: emersi stretti rapporti tra alcuni dirigenti delle società coinvolte (e messe in amministrazione giudiziaria) e alcuni personaggi ritenuti appartenenti alla famiglia dei Laudani. Tra i vari arrestati risulta anche, come riporta Repubblica, un ex sindacalista in Pensione che lavora per la Provincia di Milano: accusa grave, con i clan catanesi che pare passassero 1000 euro al mese per avere contatti con politici locali che potessero favorire il clan mafioso. Tutto andrà verificato ovviamente, mentre ancora un altro dipendente pubblico, questa volta del Comune di Milano, è accusata di aver pilotato un appalto in cambio del trasferimento ad altro incarico (fonte Ansa).



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