CONCERTO PRIMO MAGGIO/ Gabbani, i diritti e la voglia di lavorare (che non c’è)

- Paolo Vites

Il concertone del primo maggio come specchio della realtà virtuale di oggi: è la generazione social network, quella che non ha più voglia di credere in niente. PAOLO VITES

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Francesco Gabbani al Concerto Primo Maggio (LaPresse)

Per trovare gli artisti che si sono esibiti in Piazza San Giovanni al concertone del primo maggio edizione 2017 (la prima fu nel lontanissimo 1990) gli organizzatori devono essere passati da qualche salone taglio capelli. Più che a un festival musicale sembrava infatti di assistere a “io c’ho il taglio più fico e la pettinatura più originale della tua”. E più che a una festa dei lavoratori sembrava di essere all’Hollywood o al Gattopardo, le discoteche più trendy di Milano. E non stiamo parlando di donne, naturalmente. I soldi spesi per i tagli a lametta di rasoio storta, le acconciature cotonate e i codazzi ripiegati in cima alla testa avrebbero potuto migliorare le condizioni di vita di molti disoccupati, ieri. 

Il concertone è stata la sfilata dell’hipster che a quanto pare non tramonta mai: zappando sui canali televisivi (perché onestamente guardarselo tutto era impossibile visto il livello musicale) ogni volta che ricapitavi su Rai Tre immancabile era beccare – chiunque si stesse esibendo – fosse il cantante, il bassista o un tastierista, il capello rasato ai fianchi della testa, la frangia rigorosamente sul lato destro e il barbone squadrato lungo lungo come da decalogo dell’hipster perfetto. Per capirci (da Wikipedia): “magliette stencilate, cappelli di paglia a tesa corta, felpe larghe, cardigan, vestiti di seconda mano, scarpe da ginnastica,  baffi semplici o arricciati, o folti, occhiali enormi con lenti generose dalle montature antiche, dal primo Novecento agli anni Ottanta, tagli di capelli asimmetrici, barba «da pioniere ottocentesco americano»”.

Una esaltazione del look come messaggio (de che?) trionfante, nel senso di tutta apparenza zero sostanza. Sì perché la musica, che doveva rappresentare il meglio della scena alternativa italiana, quella cioè impegnata, è un po’ questo, degna rappresentazione della generazione social network, genialmente rappresentata dal cinismo che fa ridere a denti stretti de Lo Stato Sociale: “Mi sono rotto il c… zzo di sentire la tua opinione ma morirei affinché tu possa dire la tua str…ta”. Esatto. Oggi è così. Niente da dire, tutto da dire, ognuno dice la sua, nessuno ha qualcosa da dire. D’altro canto Levante ci canta che “non me ne frega niente di niente” e che “Gesù Cristo sono io”. E Brunori Sas ci dice di non credere neanche ai cantanti che non dicono mai la verità. Ma che ci resta? Claudio Lolli era noioso quanto il cantautore calabrese, ma almeno rappresentava l’ideologia, la sinistra, il ’77. Aveva una sua ragione di essere. 

Il concertone del primo maggio è sempre stato una sola, alle decine di migliaia di giovani che vi sono sempre accorsi perché gratuito e rivenduti come un successo dei sindacati e riconsegnatici con una coscienza sociale non ci ha mai creduto nessuno. Stupenda l’apparizione ad esempio di Gad Lerner a parlare di operai, sfruttamento, giornalisti pagati 5 euro a pezzo nell’indifferenza totale (probabilmente lui non se n’è neanche reso conto, tanto gode di se stesso). Ma il momento migliore della giornata è quando la valente presentatrice su una base elettronica tump-tunz-tump rappa parole per chi muore attraversando il Mediterraneo e dietro di lei scorrono le immagini dei disperati sui barconi.

Livello artistico bassissimo, stonature e pochezza musicale a tutto andare, da questo punto di vista abbiamo potuto apprezzare almeno Marina Rei (che era senza Paolo Benvegnù, ricoverato in ospedale pochi giorni fa), l’inossidabile e sempre straordinario Edoardo Bennato, la sorpresa del gruppo nigeriano Bombino (in Africa gli hipster non sono ancora arrivati) straordinario ensemble che al canto tipico della propria terra ha unito chitarre rock blues, musica, questa, nata proprio in Africa (ma non è stato il “nuovo Jimmi Hendrix” come lo ha invece introdotto la simpatica presentatrice di poc’anzi).

A un certo punto sulla mia pagina facebook passa un post della mia amica Valentina che dice tutto o quasi: “Triste il giorno in cui la musica italiana ha deciso di poter fare a meno delle strofe, della metrica, della musicalità e della ricerca delle parole. Triste quel giorno nel quale i cantautori italiani hanno deciso di poter dire qualsiasi str…ta avessero in testa, purché fosse accompagnato da un sottofondo strumentale”. E dire che ieri sul palco c’era il meglio della canzone indie, quella alternativa, mica quella di Sanremo. Ma non è così anche sui social network, dove ognuno diciamo qualsiasi str… ta abbiamo in testa?

Tristezza? Nooo! Lo dicono i La Rua, i Gogol Bordello de’ noialtri, facendo un po’ di casino. 

Adolescenti condannati a vita, era stato profeticamente tutto previsto quando, qualche anno fa, Enzo Jannacci era stato fischiato proprio qui, in Piazza San Giovanni al concerto del primo maggio perché chi ha voglia di sentir cantare Vincenzina e la fabbrica? Come dicono ancora gli Stato Sociale, “quest’anno al primo maggio fra due anni a fare il benzinaio”. Il senso della giornata si svela tutto nella caciara quasi liberatoria dopo tanta noia che esplode quando Francesco Gabbani attacca la sua Occidentali’s Karma, perché, diciamolo, eravate venuti tutti qui per questo momento. Tutti cantano e ballano anche i sindacalisti. Gabbani è stato anche l’unico nei giorni scorsi a essere sincero: “Vado per la musica, del messaggio del concertone non mi interessa molto”. Onesto, anche quando dal palco dice: “Il lavoro è un diritto, ma noi mettiamoci la voglia di lavorare”. Avercene di voglia, di questi tempi.

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