FIGLI CONTESI/ Una coppia lesbica fa scoppiare il caso: in base a cosa siamo dei genitori?

- Paolo Vites

Una coppia lesbica separata si contende il figlio adottato da una delle due perché anche la ex compagna si considera madre a tutti gli effetti: la guerra legale

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Scuola (LaPresse)

Sui documenti di richiesta di adozione scrisse che era nubile ma impegnata con un uomo. Era il 2009 e due anni dopo Circe Hamilton una donna americana in realtà omosessuale convivente con un’altra donna, Kelly Gunn, ottenne in adozione un bambino dell’Etiopia. La loro storia appare sulla copertina dell’ultimo numero della rivista New Yorker, perché nel 2016 la Hamilton decide di trasferirsi in Inghilterra e portarsi dietro il bambino che aveva avuto in adozione (con documenti falsificati). L’ex compagna non ci sta e presenta un esposto in tribunale in cui chiede la custodia del bambino.

Il problema è che la sola Hamilton risulta ufficialmente madre adottiva e la Gunn non è neanche madre biologica. Dunque per la legge non ha nessun diritto da accampare, ma lei dice che in tutti questi anni, anche dopo la separazione delle due nel 2014, si è sempre presa cura del bambino, lo ha ospitato a casa sua, ha speso molti soldi per lui e infine la chicca: “Il bambino è sempre stato convinto di avere due mamme”. Il tutto basandosi su una recente sentenza del tribunale di New York che dice che “i genitori non biologici e non adottivi possono avanzare richiesta di custodia dei figli di altri con cui  hanno convissuto£. Insomma, liberi tutti, ogni adulto ha tutti i diritti di disporre dei bambini, i quali sono gli unici senza diritti. “Quando un partner dimostra con evidenti e convincenti prove che le parti hanno convenuto di concepire e di crescere il figlio insieme il partner non biologico e non adottivo può rivendicare il diritto di vedere il bambino”. Anche in quel caso si trattava di una coppia lesbica in cui una delle due aveva avuto un figlio con inseminazione artificiale.

Nel caso Gunn-Hamilton il giudice dopo lunga battaglia legale ha deciso che la prima non può essere considerata madre: “A un certo punto le due donne han smesso di condividere il progetto di adozione”. Una sentenza giusta, perché prima hanno giocato a fare le mamme, poi si sono lasciate come accade in grande numero tra le coppie omosessuali e adesso si contendono un bambino in quanto si considerano entrambe madri. A tal punto che in aula l’avvocato della Hamilton se n’era uscito con una frase memorabile. “L’amore non basta per rendere una persona madre”. Che cosa rende una persona genitore ormai lo decidono i tribunali, non il comun senso naturale. Ma non finisce così. La Gunn ha presentato ricorso e il bambino non può lasciare il paese. Siamo davanti a un caso limite ma che anticipa un futuro orma già cominciato: se una persona fa da baby sitter al figlio di un’amica, potrebbe un giorno rivendicare allo stesso modo della Gunn la custodia del bambino. A noi viene solo da dire, vista la pretesa di entrambe di disporre della vita di un minore per accampare le proprie voglie, che nessuna delle due è degna di essere considerata madre. Il figlio non è un giocattolo da usare in tribunale per sentirsi quello che la natura non ti ha fatto essere, è una persona indipendente che merita una accoglienza disinteressata. Ma chi se ne frega nella moderna e opulenta società occidentale?

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