MANCHESTER, NOI E L’ISIS/ Si può vincere questa battaglia?

- Luca Doninelli

L’attentato a Manchester è diverso. Sono stati uccisi ragazzini, teenagers. C’è paura, ma non sgomento. Occorre che ogni singola persona si (ri)metta in moto. LUCA DONINELLI

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Il primo pensiero nato in me e, credo, in tantissima gente alla notizia della strage di Manchester, è che è avvenuta durante un concerto per ragazzini, e che perciò la bomba che ha ucciso ventidue dei presenti a quel concerto, era destinata a loro, ai giovani, anzi, ai giovanissimi. 

Gli attacchi in Europa negli anni e nei mesi scorsi hanno colpito di preferenza la vita, la nostra bella vita quotidiana fatta di serate di relax al ristorante o in discoteca (Parigi), passeggiate sul mare (Nizza), mercatini natalizi (Monaco).

Questa volta l’obiettivo era più mirato, come lo fu a Beslan. Ragazzini, teenagers, persone che non hanno ancora preso possesso della cultura da cui provengono e che si trovano tra un passato di cui rischiano di perdere le tracce e un futuro sempre più difficile da immaginare. 

Si respira, oltretutto, un’aria di assuefazione. C’è la paura, ma non c’è più lo sgomento. Ma non è questo il punto. Il punto è che, a differenza di quanto avvenne a partire dall’11 settembre 2001, risulta sempre più angosciosamente chiaro che questa battaglia non può essere vinta né con le armi, né con i controlli a tappeto, né con le misure di sicurezza. 

Tuttavia abbiamo paura ad affrontare questa evidenza. Qualcuno sogna uomini forti, governi forti, e di solito questa è l’anticamera del disastro. E’ facile diventare uguali ai nostri nemici. La scommessa di questi criminali (che si chiamino o meno Isis poco importa) è che l’Europa smetta di progettare il proprio futuro. 

Infatti, una volta perso il senso del futuro, una volta ridotto l’impegno alla difesa del presente, hai voglia di reclamare la messa in sicurezza del mondo: il mondo così bello che abbiamo costruito è già un cumulo di potenziali macerie, che ben presto diventeranno macerie vere e proprie. Palazzi, case e chiese sono ancora in piedi, ma è come se fossero già crollati. 

Per questo la domanda che s’impone, sempre più drammatica, riguarda l’educazione. Ma per trasmettere, per comunicare quello che ha reso grande la nostra civiltà non bastano le deleghe: alla scuola, all’università, e forse nemmeno alla famiglia come tale. Occorre che ogni singola persona si (ri)metta in moto. 

E la prima mossa riguarda la memoria. Perché è dalla profondità della memoria (come richiama molto opportunamente il titolo del prossimo Meeting riminese) che può sorgere una vera capacità di progettare il futuro: altrimenti dovremo rivolgerci ai tecnici, o ai robot. 

Guardo desolato le immagini che giungono da Manchester, e nonostante i tanti fiori in memoria di persone che non ci sono più rimane un senso di solitudine più marcato rispetto ad altre occasioni dolorose. A differenza di Nizza o del Bataclan, è stata toccata la vita di persone diverse da noi che stiamo leggendo. Ragazzi che messaggiano tutto il giorno, dediti a postare foto su Instagram, cybervittime, cyberbulli, che non concepiscono passeggiate sulla Promenade des Anglais o una cenetta in qualche ristorantino del Marais. Gente diversa, insomma. 

Rischiamo perciò di sentirci tutto sommato più estranei a questa vicenda. E di non pensare che proprio qui entra in gioco la nostra dignità, che non emerge quando difendiamo semplicemente “le nostre cose” (e badate che il rischio c’è, ed è molto concreto) ma solo quando ci mettiamo in gioco con qualcosa di molto più grande di noi. 

Un’ultima notazione: l’Isis, o chi per lei, sa benissimo che la questione è culturale. Culturale e, quindi, educativa, come ricordava Houellebecq. Dovremmo cominciare a pensarlo anche noi, anziché occuparci di muri, di steccati, messe in sicurezza e altre cose come queste, che servono solo ad accrescere la solitudine di tutti. 

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