“VENUTI AL MONDO INDESIDERATI”/ Si può in nome della “cultura” giustificare i terroristi di Manchester?

“Un vescovo emerito ha scritto sulla tremenda tragedia di Manchester in modo tale da disgustare molti giovani (forse ‘venuti al mondo neanche desiderati’) miei amici”. MAURO LEONARDI

25.05.2017 - Mauro Leonardi
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Attentato Manchester (LaPresse)

Caro direttore, 

Un vescovo che da qualche mese, per raggiunti limiti d’età, non ha più la responsabilità di governo di una diocesi scrive sulla tremenda tragedia di Manchester in modo tale da disgustare molti giovani miei amici. Me lo manifestano con la consueta esuberanza poiché anch’io ho scritto, in ben altri termini, sul concerto di Ariana Grande. Il whatsapp di una liceale dice: “dopo che l’ho letto [l’articolo del vescovo emerito, ndr] mi è venuta l’orticaria”. È una che va a Messa tutti i giorni, coltiva desideri d’amore con Dio e con gli uomini che io alla sua età manco me li sognavo, ma tutto ciò non le impedisce di ricamare la sua pelle di tatuaggi: e per lei, quindi, l’orticaria che menziona non è una questione solo di prurito e vorrebbe che io, miracolosamente, trovassi il modo di far capire proprio questo a un vescovo con più di 75 anni che la sua pelle con l’orticaria non è un fatto estetico ma concerne la verità della vita e quindi qualcuno che produce l’orticaria è il peggior incontro che le poteva capitare. Soprattutto se prete e vescovo.

Vorrei spiegarle che potrebbe non dare troppo peso alla vicenda, dal momento che il signore di cui parla era salito alla ribalta pochi mesi fa perché, raccontando di avere una “forte amicizia” con Benedetto XVI, si era detto certo che dietro la rinuncia di Ratzinger ci fossero “gravissime pressioni frutto di un complotto”. Tutto era finito col sorridente buffetto di Padre Lombardi che aveva commentato: “Ciò che Benedetto XVI ha affermato pubblicamente davanti al Concistoro e al mondo, e che ha ribadito nelle Ultime conversazioni con Peter Seewald, è assolutamente diverso da ciò che questo vescovo afferma. Benedetto afferma infatti che ha preso la decisione della rinuncia in piena libertà e responsabilità e che non c’è nessun mistero da svelare. Io ho sempre pensato che Benedetto XVI sia un uomo che ha messo la verità al primo posto. Come si fa a contraddirlo così platealmente? Mi pare una strana dimostrazione di amicizia”. Ma i giovani che conosco avevano 12 anni quando era Papa e sanno a malapena chi è Benedetto: figurarsi poi se conoscono Peter Seewald o Padre Lombardi.

La lettera ha ferito i giovani per diverse ragioni ma, davvero, non vale la pena raccontare una serie di affermazioni sgangherate che darebbero solo visibilità alle parole di un uomo la cui anzianità, che oltretutto è sacra, dovrebbe attirare e illuminare invece che respingere e provocare l’orticaria.

Su questo vorrei soffermarmi da fratello nel sacerdozio (fratello minore, per carità, in tutti i sensi possibili ed immaginabili) per sottolineargli che i giovani, quelli che a suo a dire a Manchester “sono morti senza ragione come sono vissuti”, guardano invece a un anziano come lui per avere speranza.

L’anziano è, come il malato, la quintessenza della fragilità umana, ma per di più ha sulle spalle il fardello della vita trascorsa. È la memoria vivente della fragilità della nostra umanità. Siamo creature mortali, questa è la verità. Chi non sa stare davanti all’anziano, scappa e si butta nell’attivismo come ha fatto per tutta la vita perché non sa restare davanti alla verità quando la verità è un mistero. Per questo, né per i giovani né per nessuno è facile stare davanti agli anziani.

Stare davanti all’anziano è difficile ma non solo per i servizi più umili che sono richiesti come lavare, pulire ed avere pazienza. La cosa più difficile è stare davanti a quelle nudità sapendo che le loro nudità sono anche le nostre, quelle fragilità sono anche le nostre. Tutti sappiamo che i giovani non sanno stare davanti agli anziani, ma non riflettiamo che in verità i giovani non sanno stare davanti a quegli anziani di fronte ai quali neppure gli altri anziani sanno stare. Ci sono molti cristiani anziani che non sanno stare davanti ad altri cristiani anziani e gli anziani che non sanno stare davanti agli anziani sono spesso vecchi malati di attivismo. Ci sono vescovi emeriti che non sanno stare zitti perché, malati di attivismo, si danno da fare per salvare la Chiesa come hanno fatto per tutta la vita. Dimenticando che chi salva la Chiesa è Cristo, e che chi salva i giovani e dà senso alla loro vita è Cristo.

Perché la domanda che i giovani rivolgono agli anziani è se l’anziano è felice della vita che ha vissuto. Se i giovani incontrano anziani felici di come hanno vissuto, l’anzianità dell’anziano è feconda. I piccoli vanno da lui e ne sono confortati. E così gli anziani felici sono vieppiù felici. Perché, devo dirlo, ci sono anziani che hanno dato la vita a Dio ma che non sono contenti per nulla. Conosco preti anziani felici e preti anziani tristi e rancorosi, conosco suore liete con gli occhi belli e suore sempre arrabbiate: e non dipende se il monastero è vuoto o pieno, se in parrocchia sono soli o hanno una comunità fiorente. Dipende da come stanno dentro, nel cuore. A volte, forse quando erano giovani, non avevano sufficientemente meditato sul fatto che l’unica vittima capace di salvare è Gesù. Hanno creduto che stare nel cristianesimo significasse adempiere il perfezionismo di una disciplina: e allora, anche senza saperlo, hanno corso il rischio di non essere altro che dei superbi. È successo per il semplice fatto che hanno avuto la pretesa di sostituirsi a Gesù, di essere loro stessi le vittime. Sono qui dentro in questo monastero, in questa parrocchia, in questa diocesi, e mi sforzo tanto per comportarmi bene perché così salvo gli altri. Faccio il parroco perché così salvo la gente, i giovani, i drogati. Sì: non ci vuole niente per scivolare dalla santità alla superbia. Magari non hanno mai letto Schuster quando dice che “La santità non sta nelle preghiere, né nella penitenza, ma nell’amore. Chi più ama, più è santo e più desidera amore, quello più ama” (La nostalgia del chiostro, p. 35). E accade così che degli anziani che hanno dato tutta la vita a Dio, che sono stati rigorosissimi e disciplinatissimi, ora sono arrabbiatissimi, rancorosi, vedono complotti, disfatte ed apocalissi ovunque e trovano — come ha scritto il nostro vescovo emerito — che i giovani di oggi “sono venuti al mondo molte volte neanche desiderati”, “senza nessuna ragione adeguata per vivere”, e moriranno “con un ottimo funerale in cui si esprimerà al massimo una bolsa retorica laicista con tutte le autorità presenti — purtroppo anche quelle religiose — in piedi, silenziose”.

Io però cerco di spiegare ai giovani che abbiamo molto da imparare anche dai vecchi rancorosi. Il loro errore da giovane era stato capire che essere santi significa solo adempiere alla perfezione di una regola. Gli anziani cristiani incattiviti spesso pagano solo per non essere stati nel modo giusto quando erano giovani. Cerco di dire agli adolescenti che possiamo guardare ai vecchi cristiani tristi ed arrabbiati ed imparare dagli errori per cui l’aver dato la vita a Dio non è ora fonte di felicità. Provo a mostrare loro che il rimedio è essere fedeli alla nostra promessa di Amore adesso, anche stando dentro eventi che, come quelli di Manchester, ci sovrastano. Lasciando ad un Altro il compito di salvare.

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