RISPOSTA A LEONARDI/ Perché è irrispettoso chiedersi le ragioni di Manchester?

- La Redazione

Si ritiene che la civiltà, la cristianità, la Chiesa non abbiano nemici. Ma è sbagliato. La lettera di JACOPO PARRAVICINI sulle polemiche che hanno investito mons. Negri

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Caro direttore,
sebbene non condivida la linea editoriale di questa testata, la ringrazio per la possibilità di scrivervi in merito ai fatti e ai dibattiti degli ultimi giorni.

Le polemiche che sono scaturite prevalentemente dal mondo cattolico per le dure parole di Mons. Negri in merito all’attentato di Manchester sono sovente apparse come una guerra tra fazioni pro o contro l’Arcivescovo. Questo ha fatto dimenticare a molti i fatti e le questioni legati a questa tragedia. Di Negri, le cui parole ritengo essere state da molti non lette realmente, lette superficialmente, o rifiutate a priori, non voglio cimentarmi qui in una difesa: altri intellettualmente più dotati di me lo hanno già fatto. Piuttosto vorrei ricordare che cosa c’è in gioco quando ci riferiamo agli eventi di Manchester. 

Di fronte a un male così grande, il silenzio è certamente una prima risposta. Tuttavia il silenzio da solo non è umanamente sufficiente perché, sebbene molto più rispettoso, più umano, della chiassosa retorica di circostanza, esso potrebbe anche essere lo schermo per un vuoto, un vuoto di cuore, un vuoto di giudizio, un vuoto di ragione, un vuoto di umanità. Noi che non siamo direttamente stati coinvolti nell’episodio, che non vi abbiamo perso nessuna persona cara, non potremo mai, neanche col nostro silenzio, comprendere nel profondo chi oggi sta soffrendo. A noi è chiesto come uomini il silenzio, come cristiani la preghiera, ma è chiesto anche altro. Il cuore chiede le ragioni, la mente chiede le ragioni! Non stiamo trattando una calamità naturale, qui ci sono delle cause precise, delle cause che vengono da lontano. Ai processi per omicidio i parenti delle vittime spesso affermano che essi vogliono la verità, vogliono capire esattamente quanto è accaduto, chi sia responsabile, per un dovere verso chi è stato assassinato. Perché, allora, chiedersi la verità nelle attuali circostanze, chiedere le ragioni che hanno portato ai morti di Manchester dovrebbe essere irrispettoso? 

Un fatto per molti versi analogo a quello di Manchester è accaduto pochi giorni dopo. A Menyah, in Egitto, vi è stato un attentato islamico a un bus di cristiani copti che andavano in pellegrinaggio. Anche lì, la gran parte delle vittime sono ragazzini o bambini. A Manchester e a Menyah i morti sono dei ragazzini, in entrambi i casi colpiti dalla furia omicida islamista. È un fatto che i peggiori attentati islamisti lontani da casa nostra in genere colpiscono persone, cristiane, riunite in preghiera (messe, pellegrinaggi, ecc.), cioè in luoghi dove si afferma un senso della vita. I peggiori attentati islamici a casa nostra, invece, colpiscono luoghi in cui ci si assembra per un divertimento, più o meno sano.

Conoscendo alcune reazioni di questi giorni, prevengo possibili interpretazioni scorrette: non sto dicendo che la morte dei ragazzini egiziani è stata nobile, mentre quella dei ragazzini inglesi è stata ignobile; ripeto, non lo sto affermando! Sto ponendo un problema, un drammatico problema di senso della nostra epoca, e stracciarsi le vesti contro chi pone delle domande e prova a dare delle risposte è fingere che il problema non esista. È mancare in un dovere umano fondamentale verso chi è stato assassinato; un dovere che noi, che non siamo loro parenti e amici, abbiamo. Perché lo stesso terrorismo islamico colpisce in maniera abietta le stesse vittime, bambini e ragazzini: a fronte di alcuni fattori che rimangono uguali, ci sono dei fattori che variano. Quando i commentatori ci dicono “dobbiamo continuare a fare la nostra vita”, dicono una falsità: a che vita si riferiscono, ad andare a concerti e aperitivi? In coscienza, chi, sano di mente, accetterebbe di morire per andare a un concerto di Ariana Grande? I cristiani perseguitati, d’altra parte, dicono anch’essi “continueremo a fare la nostra vita”: non emerge una differenza abissale tra le due affermazioni? Anche se linguisticamente sono uguali, non sono certo affermazioni paragonabili.

Questo problema di senso che i fatti di cronaca fanno emergere tanto drammaticamente dovrebbe interrogare tutti gli uomini. Dovrebbe essere sentito in particolare da tutti i cristiani e i cattolici. Invece in ambito cattolico, anche in questo giornale, si sono spese molte più energie a lottare tra posizioni, pro o contro Negri, piuttosto che a prendere sul serio questo drammatico problema. Ciò è dovuto al fatto che nel mondo cattolico oggi è maggioritaria un’interpretazione fortemente semplicistica e approssimativa, per non dire distorta, dell’insegnamento del Santo Padre.

Il Santo Padre sta richiamando i fedeli alla missione, all’avvicinarsi a tutti, al non rinchiudersi nelle proprie sicure posizioni, allo scopo di dare testimonianza al mondo. Da ciò, la diffusa interpretazione semplicistica ritiene che, in qualche modo, tutto e tutti siano buoni. Si ritiene che la civiltà, la cristianità, la Chiesa non abbiano nemici. Allora i nemici non possono che essere tutti coloro che, nella Chiesa, pongono in dubbio questa interpretazione. Ecco perché in molti contesti ci si è riferiti verso Mons. Negri quasi più duramente che verso i terroristi

Sarebbe dunque il momento che i cattolici smettano di sprecare le loro energie a lottare tra loro e riconoscessero che, invece, dei nemici ci sono, dei nemici dell’umanità, della civiltà, della cristianità, della Chiesa. Chi siano questi nemici lo ha recentemente affermato Benedetto XVI in un suo messaggio, dove ha ricordato che le grandi minacce che pendono sulle nostre società sono due, opposte e parimenti mortifere, il totalitarismo islamista da una parte e il totalitarismo ateo e nichilista dall’altra. Riconoscere che chi sostiene queste concezioni sia un nemico dell’umanità e della Chiesa in particolare non è poco cristiano: su un piano personale, tale coscienza non impedisce di incontrare gli islamici, gli atei, gli omosessuali, gli agnostici, e tutti i “lontani”; d’altra parte permette di sapere qual è la strada buona, nel mezzo della confusione suprema della nostra epoca, e dove si stia combattendo “la buona battaglia”. È necessario applicare un sano realismo cristiano: con gli slogan (“ponti belli”, “muri brutti”), con gli schemi ideologici, con le battaglie fratricide non sopravviveremo all’islamismo, che uccide i corpi e violenta le anime, e al nichilismo ateo e gaio, che uccide le anime e violenta i corpi.

Questo dicono alla nostra ragione i tristi fatti di questi giorni. 

(Jacopo Parravicini)

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